"Non c'è emozione come intravedere la legge matematica dietro il disordine delle apparenze." Galileo Galilei SommarioInformazione di servizio: tutte le newsletter sono disponibili a questo link (qualora vi siate persi le precedenti o vogliate in futuro leggerle nuovamente se non le trovate nella casella di posta). Oggi si inaugura una nuova sezione della newsletter che si occuperà di raccontare persone che non si devono assolutamente dimenticare, ossia "Indimenticabile".
Indimenticabile - Rosalind Franklin
Nel mondo della scienza, alcuni nomi brillano subito, altri restano per troppo tempo nell’ombra sperduti e presto dimenticati. Rosalind Franklin appartiene a questa seconda categoria di esseri umani, una mente brillante la cui eredità è stata riconosciuta appieno solo dopo la sua morte. C’è un filo sottile che separa la gloria dall’oblio. La scienza per certi versi è molto simile allo sport: ci ricordiamo solo di chi alza la coppa del vincitore. Nel caso di Rosalind Franklin, quel filo è una fotografia: un fragile negativo di pellicola, chiuso in un cassetto del laboratorio, con un intreccio di punti luminosi, la cosiddetta Foto 51. In quella figura astratta, lei aveva colto segni che pochi al mondo avrebbero saputo leggere. Vide essenzialmente la spirale della vita. La doppia elica. Oggi sappiamo che conteneva la prova decisiva della struttura del DNA. Ma la storia, almeno per un po’, non le avrebbe reso giustizia.
Rosalind nacque a Londra nel 1920, in una casa grande e rumorosa, piena di libri e di ideali. I Franklin erano ebrei e cosmopoliti, impegnati nella vita pubblica e convinti che il sapere fosse la via più alta per migliorare il mondo. La sua famiglia ebbe il grande merito di credere nel modo più assoluto nel valore dell’istruzione, ma anche nella responsabilità sociale: durante la guerra, la casa divenne rifugio per bambini ebrei in fuga dal continente. Da bambina, Rosalind passava ore con il naso sui microscopi giocattolo, osservando foglie, tessuti, minuscoli granelli di terra: non guardava, indagava. Sapeva che dietro ogni forma si nascondeva un ordine. L'ordine delle cose era in quel momento storico ancora per lo più nascosto, sarebbe stato il più grande secolo della scienza. In particolar modo per la fisica e la chimica, i due grandi pilastri su cui noi tutti poggiamo. Entrò al Newnham College di Cambridge nel 1938, uno dei pochi collegi che accettavano donne, per studiare chimica e fisica. Lì, tra banchi e laboratori ancora dominati da uomini in giacca e cravatta, imparò a unire precisione e indipendenza di pensiero. A Cambridge, varcò le porte di un mondo che la tollerava appena. Le donne scienziate erano ancora un’eccezione. Erano brillanti, sì, ma spesso considerate ospiti provvisorie. Rosalind non era fatta per obbedire e imparò quindi a fidarsi solo di ciò che poteva misurare. Si laureò nel 1941, ottenendo una borsa per proseguire con il dottorato in chimica fisica. Ma fu durante la Seconda guerra mondiale, lavorando per la British Coal Utilisation Research Association, che affinò il suo rigore sperimentale: analizzava la porosità e la struttura del carbone, un lavoro apparentemente oscuro ma essenziale per migliorare l’efficienza energetica del Paese. Nel 1947, con il dottorato in tasca, partì per Parigi. Lì trovò finalmente respiro: un laboratorio dove uomini e donne lavoravano fianco a fianco, dove la scienza era entusiasmo e curiosità. Jacques Mering, il suo mentore, le insegnò la diffrazione a raggi X, un’arte tanto paziente quanto poetica. Si trattava di dirigere un fascio di luce invisibile (i raggi X appunto) su un campione di cristalli o fibre biologiche e osservare come l’onda luminosa ne veniva deviata. I puntini che apparivano sull’emulsione fotografica erano come note musicali: ciascuno portava informazione sul ritmo, sull’intervallo, sulla distanza tra gli atomi. Rosalind imparò a leggere quei disegni con l’intuizione di un musicista che interpreta il silenzio tra le note. Quando tornò a Londra, nel 1951, il mondo si preparava a una rivoluzione della biologia. Il DNA era il grande mistero: tutti sapevano che custodiva i segreti dell’ereditarietà, ma nessuno ne conosceva la forma. Al King’s College, Franklin si immerse nel lavoro con disciplina ferrea. Aveva pochi amici, ma un obiettivo chiaro in testa: fotografare la struttura del DNA con una precisione mai raggiunta. Fu in una giornata del 1952 che il miracolo accadde: la Foto 51. Una figura cruciforme di punti luminosi emergeva dal buio della lastra. Rosalind la fissò a lungo, sbarrando gli occhi come davanti a un’evidenza che il resto del mondo non era ancora pronto a comprendere: quella croce era la firma di una doppia elica. Ogni tratto, ogni simmetria, suggeriva un ordine spiralico che custodiva la logica della vita.
L’inconfondibile motivo a X nella straordinariamente nitida Fotografia 51 di Franklin rivelò che il DNA doveva avere la forma di un’elica² Ma la scoperta non le appartenne per molto. In un gioco di informalità e rivalità accademica, Maurice Wilkins, suo collega diretto nel laboratorio, mostrò la fotografia senza chiederle il permesso a James Watson, un giovane scienziato americano che lavorava con Francis Crick a Cambridge. Fu il lampo di cui avevano bisogno. Watson e Crick sono un'altra grande storia da raccontare, a volte meno limpida di quel che la storia ci insegna. Comunque quella sola immagine bastò a confermare le loro ipotesi e a completare il famoso modello a doppia elica che avrebbe cambiato per sempre la storia della scienza. Nel 1953, Nature pubblicò tre articoli nello stesso numero: il primo firmato da Watson e Crick, gli altri due di Wilkins e Franklin. Solo anni dopo si riconobbe che senza la precisione dei dati di Rosalind, la loro elica non avrebbe preso forma. Ma l’onore e la fama viaggiarono altrove. Rosalind non protestò. Continuò a lavorare, con la solita concentrazione che sconfinava nell’ostinazione, dedicandosi ai virus e lasciando un’impronta concreta e silenziosa in ogni campo in cui passava. Nel 1956, la diagnosi che non lascia scampo: cancro alle ovaie. Continuò a dirigere esperimenti, a scrivere articoli, a progettare ricerche fino quasi alla fine. Morì nel 1958, a trentasette anni. Quattro anni dopo, Watson, Crick e Wilkins ricevettero il Premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA. Lei, che in quella storia era stata anima silenziosa, non fu nemmeno menzionata.
Rosalind mentre lavora nel suo laboratorio di Londra nel 1954³ Eppure, il tempo ha la capacità di fare giustizia anche senza premi e gloria. La corsa della scienza è costellata di episodi come questo, dove cane mangia cane e dove il merito spesso non viene riconosciuto perché magari chi ce l'ha urla meno di tutti gli altri. Oggi, nelle università e nei laboratori, il nome di Rosalind Franklin evoca rispetto e riconoscenza. Non solo per la sua scienza, ma per ciò che rappresenta: la dignità dell’intelligenza femminile, la forza di chi sceglie la verità alla vanità, la bellezza nascosta nella precisione. E se ci fermiamo a guardare la Foto 51, ancora oggi, ci sembra quasi di vederla lì, accanto alla sua macchina fotografica a raggi X. Il viso serio, le mani ferme, la mente intenta a catturare un’immagine che nessuno aveva mai visto prima. Dentro quella foto, c’è la sua voce: una voce di luce che continua, ostinata, a raccontare cosa significa davvero scoprire. Ecco un estratto di una lettera di Rosalind a suo padre: "Tu consideri la scienza (o per lo meno così ne parli) come una sorta di invenzione umana lesiva della morale ed estranea alla vita reale, un’invenzione che va tenuta sotto controllo e collocata fuori della vita quotidiana. Ma la scienza e la vita quotidiana non possono e non dovrebbero essere separate. Per me la scienza fornisce una parziale spiegazione della vita. Per quanto è possibile, la scienza è basata sui fatti, sull’esperienza e la sperimentazione... Sono d’accordo che la fede sia essenziale per riuscire nella vita... Dal mio punto di vista, la fede sta nella convinzione che, facendo del nostro meglio, ci avvicineremo di più all’obiettivo e che l’obiettivo (il miglioramento di tutto il genere umano, presente e futuro) sia un bene degno di essere perseguito."⁴ Rosalind era una persona che amava le passeggiate all'aria aperta in montagna ed è sempre stata descritta come una persona solitaria e a volte strana. Viveva probabilemente più dentro alle sue idee che dentro al mondo in cui era immersa, come tante persone che vedono le cose in modo diverso e forse unico. Ti ringrazio Rosalind per quello che sei stata e come sei stata, per la tua cocciutaggine tipica dei chimici e il rigore a volte pedante dei fisici. Grazie per essere di ispirazione per milioni di persone e aver visto la vita per prima e averla riconosciuta fotografandola per noi tutti.
Street art - The Poem di WD
WD (Wild Drawing), artista balinese trapiantato ad Atene, trasforma un anonimo palazzo a Wuhan (Cina) in un portale di poesia visiva, ispirato ai versi del grande poeta Tang Li Bai (appunto il titolo di quest'opera artistica The Poem). Sul muro grigio sbocciano illusioni e azioni di una donna che dipinge e suona un flauto di bambù tra i petali di fiori e foglie cadenti, evocando la malinconia di un viaggiatore che sogna casa nella tarda primavera, mentre la città lontana di Ch’ang-an vibra di armonie lontane. Questa donna sembra stia piangendo e nel mentre la pergamena della storia cinese è nella sua mano sinistra pronta a dispiegarsi. Dal cemento emergono fiori eterei e melodie fluttuanti, il tutto in una cornice gialla di un dipinto urbano. Emozionante. Il consiglio - Un discorso di Mark CarneyIl primo ministro del Canada Mark Carney ha tenuto un discorso¹ che è stato particolarmente apprezzato quest'anno al Forum di Davos 2026: "È un piacere – e un dovere – essere qui con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vorrei anche sostenere che gli altri paesi, in particolare le medie potenze come il Canada, non sono senza poteri. Esse hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incorpori i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati. Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà. Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza dei paesi ad assecondare il sistema per stare bene. Per adattarsi. Per evitare problemi. Per sperare che il rispetto di questa logica garantisca la sicurezza. Non sarà così. Quindi, quali sono le nostre opzioni? Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere. Nel saggio poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a mantenersi in piedi? La sua risposta iniziava con un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello nella sua vetrina: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Eppure espone il cartello lo stesso: per evitare guai, per segnalare la propria adesione al sistema, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste. Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione della gente comune a rituali che, in privato, sa essere falsi. Havel definì tutto ciò “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla inclinazione di ognuno a recitare la propria parte come se fosse vera. E la sua fragilità deriva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il suo cartello – l’illusione inizia a incrinarsi. È tempo che le aziende e i paesi tirino giù i loro cartelli. Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi princìpi e beneficiato della sua prevedibilità. Sotto la sua protezione, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati quando lo avrebbero trovato conveniente e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa finzione era utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici: le rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva e il supporto a strutture per la risoluzione delle controversie. Così, abbiamo esposto il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai riti. E abbiamo ampiamente evitato di denunciare il divario tra la retorica e la realtà. Questo patto non funziona più. Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi nei settori della finanza, della sanità, dell’energia e della geopolitica ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Più di recente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma. I dazi come strumento d’influenza. L’infrastruttura finanziaria come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può “vivere nella menzogna” del mutuo beneficio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione stessa diventa la fonte della propria subordinazione. Le istituzioni multilaterali su cui le medie potenze facevano affidamento – il WTO, l’ONU, la COP – ovvero l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi, sono fortemente indebolite. Di conseguenza, molti paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Questo impulso è comprensibile. Un paese che non può nutrire sé stesso, rifornirsi di energia o difendersi, ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma dobbiamo essere lucidi su dove questo conduca. Un mondo composto da fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la messinscena delle regole e dei valori per il perseguimento senza freni del proprio potere e dei propri interessi, i vantaggi del “transazionalismo” diventano più difficili da replicare. Gli egemoni non possono monetizzare continuamente le proprie relazioni. Gli alleati diversificheranno per tutelarsi dall’incertezza. Cercheranno dei modi per mettersi al riparo dai pericoli. Aumenteranno le opzioni a disposizione. Ciò ricostruisce la sovranità: una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni. Come ho detto, questa classica gestione del rischio ha un prezzo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono più economici rispetto al tentativo di ogni nazione di costruire la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva. La questione per le medie potenze, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La questione è se ci adatteremo limitandoci a costruire mura più alte o se saremo capaci di fare qualcosa di più ambizioso. Il Canada è stato tra i primi paesi a sentire la sveglia, e questo ci ha spinto a cambiare radicalmente la nostra posizione strategica. I canadesi sanno che la nostra vecchia e rassicurante convinzione, secondo cui la nostra posizione geografica e l’appartenenza a certe alleanze ci avrebbero conferito automaticamente prosperità e sicurezza, non è più valida. Il nostro nuovo approccio si fonda su quello che Alexander Stubb ha definito «realismo basato sui valori» o, per dirla in altro modo, miriamo a essere di buoni princìpi e pragmatici al tempo stesso. Saremo di buoni princìpi nel nostro impegno verso i valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, rispetto dei diritti umani. Saremo pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono e che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci stiamo impegnando molto, strategicamente e con gli occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo così com’è, senza aspettare che il mondo sia come vorremmo. Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza nel nostro paese. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse sui redditi, sulle plusvalenze e sugli investimenti delle imprese; abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e abbiamo dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la nostra spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali. Ci stiamo diversificando rapidamente all’estero. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Unione Europea, che include l’adesione al SAFE, l’accordo europeo sugli appalti per la difesa. Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con la Cina e il Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con l’India, l’ASEAN, la Thailandia, le Filippine e il Mercosur. Per contribuire a risolvere i problemi globali, stiamo perseguendo la “geometria variabile”: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi. Sull’Ucraina, siamo un membro centrale della “Coalizione dei Volenterosi” e uno dei maggiori contributori pro-capite per la sua difesa e sicurezza. Sulla sovranità dell’Artico, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico di decidere il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile. Stiamo lavorando con i nostri alleati NATO (inclusi i “Nordic Baltic 8”) per mettere ulteriormente in sicurezza i fianchi settentrionale e occidentale dell’alleanza, anche attraverso gli investimenti senza precedenti del Canada in radar over-the-horizon, sottomarini, velivoli e truppe sul campo. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere gli obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità per l’Artico. Sul commercio plurilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra la Partnership Trans-Pacifica (CPTPP) e l’Unione Europea, creando un nuovo blocco commerciale da 1,5 miliardi di persone. Sui minerali critici, stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, affinché il mondo possa diversificarsi rispetto a forniture eccessivamente concentrate. Sull’intelligenza artificiale, stiamo cooperando con le democrazie affini per garantire che non saremo costretti, alla fine, a scegliere tra egemoni e hyperscaler. Questo non è multilateralismo ingenuo. Né si tratta di fare affidamento su istituzioni indebolite. Si tratta di costruire coalizioni che funzionino, questione su questione, con partner che condividano abbastanza basi comuni per agire insieme. In alcuni casi, questo coinvolgerà la vasta maggioranza delle nazioni. E si tratta di creare una fitta rete di connessioni attraverso il commercio, gli investimenti e la cultura, alla quale poter attingere per le sfide e le opportunità future. Le medie potenze devono agire insieme perché, se non sei seduto al tavolo, sei sul menu. Le grandi potenze possono permettersi di procedere da sole. Hanno un mercato grosso, la capacità militare e la forza contrattuale per dettare le condizioni. Le medie potenze non possono. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che ci viene offerto. Gareggiamo tra noi a chi è più accondiscendente. Questa non è sovranità. È una messinscena della sovranità mentre si accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi che si trovano nel mezzo hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via che abbia un impatto. Non dovremmo permettere che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme. Questo mi riporta a Havel. Cosa significherebbe per le medie potenze “vivere nella verità”? Significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso. Definire il sistema per quello che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, in cui i più potenti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come arma di coercizione. Significa agire con coerenza. Applicare gli stessi standard agli alleati e ai rivali. Quando le medie potenze criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione ma rimangono in silenzio quando proviene da un’altra, stiamo continuando a tenere il cartello esposto in vetrina. Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere. Creare istituzioni e accordi che funzionino esattamente come descritto, invece di aspettare che il vecchio ordine venga ripristinato. E significa ridurre la forza contrattuale che permette la coercizione. Costruire una solida economia interna dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è la base materiale per una politica estera onesta. I paesi si guadagnano il diritto di prendere posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni. Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra gli investitori più grandi e sofisticati a livello globale. Abbiamo capitali, talento e un governo con un’immensa capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano. Il Canada è una società pluralistica che funziona. La nostra opinione pubblica è rumorosa, diversificata e libera. I canadesi restano impegnati sul fronte della sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutto fuorché questo; un partner che costruisce e valorizza le relazioni a lungo termine. Il Canada possiede anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura richieda qualcosa di più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è. Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina. Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, di più forte e di più giusto. Questo è il compito delle medie potenze, che hanno più di tutti da perdere in un mondo di “fortezze” e più di tutti da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia. Ed è una strada spalancata a ogni paese che voglia intraprenderla insieme a noi." ⚓ Naviga con me tra parole e idee: iscriviti a flint Se questa newsletter ti è piaciuta, sentiti libero/a di inoltrarla: più siamo a bordo, meglio navighiamo. 🌊 Se ti sei perso o vuoi recuperare tutte i numeri di flint usa questo link! "Non esiste miglior barca di un libro per esplorare terre lontane." Emily Dickinson
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