"I legami sociali, che portano con sé dolore e gioia, sono ridotti a semplici fonti di sostegno emotivo. Se combiniamo una fiducia eccessiva nell’autonomia personale, una mentalità consumistica e transazionale e un atteggiamento riduzionista sul funzionamento delle cose, è inevitabile che finiamo per considerare il mondo come un insieme di risorse da sfruttare per il nostro benessere. La tragedia è che così trascuriamo i nostri bisogni più profondi. " Julian Baggini SommarioInformazione di servizio: tutte le newsletter sono disponibili a questo link (qualora vi siate persi le precedenti o vogliate in futuro leggerle nuovamente se non le trovate nella casella di posta).
Galileo - L'evoluzionista riluttante di David Quammen
"Charles Darwin occupa un posto particolare nella storia della scienza e nella società. Il suo nome è certamente noto, ma le sue idee (con un'unica eccezione) non sembrano essere altrettanto familiari: il fatto che si tratti di un personaggio centrale, iconico, non significa che sia compreso del tutto e da tutti. Ciò detto, se la comunità scientifica emettesse banconote, il volto sul biglietto da un dollaro sarebbe con ogni probabilità quello di Darwin. È un bel volto il suo, amabilmente impassibile come quello di George Washington consegnato alla storia dal dipinto di Gilbert Stuart; eppure, proprio come quello del presidente americano, cela profondi tratti di complessità e di tensione. Tutti hanno un'idea, più o meno vaga, di chi sia Charles Darwin, di che cosa abbia fatto e detto, e ciò che la maggior parte della gente crede di sapere è che ha inventato "la teoria dell'evoluzione", convinzione che, pur non essendo del tutto sbagliata, per quanto confusa e imprecisa, non coglie gli aspetti del suo lavoro più profondamente originali, pericolosi e intriganti."¹ Ci sono libri che si leggono per quello che la storia racconta, e altri che si leggono per il modo in cui riescono a farci entrare dentro una mente. L’evoluzionista riluttante di David Quammen, per me, appartiene con pieno diritto a questa seconda categoria. È un libro che non si limita a parlare di Darwin, ma prova a farci sentire il peso di ciò che Darwin ha pensato, intuito, temuto e rimandato per anni. Ed è proprio questo, credo, a renderlo così affascinante: non la semplice ricostruzione di una teoria, ma il ritratto umano di un uomo che ha capito una delle idee più sconvolgenti della storia della scienza molto prima di avere il coraggio di mostrarla al mondo. David Quammen, in questo senso, è uno scrittore perfetto per un’impresa del genere. Non è soltanto un divulgatore scientifico: è uno di quegli autori che sanno dare alla scienza una voce narrativa, uno sguardo emotivo, quasi un respiro letterario. Nei suoi libri (in particolare il "premonitore" Spillover, molto consigliato insieme a Il cuore selvaggio della natura) si ritrova sempre la stessa qualità rara: la capacità di rendere la complessità leggibile senza svuotarla, e di raccontare il sapere senza trasformarlo in una lezione fredda. Quammen non semplifica il mondo naturale, lo rende abitabile per tutti. E questa, per me, è una forma altissima di scrittura in particolar modo nella divulgazione scientifica. Anche quando parla di scienza appunto, non perde mai il gusto per il ritratto, per il dettaglio rivelatore, per quel punto in cui una biografia individuale diventa la chiave per leggere un’intera epoca. E in questo libro tutto questo prende vita in un vortice che funziona molto bene. "Alcune persone nutrono un'ammirazione per i soldati, i chirurghi, i vigili del fuoco, gli astrofisici, i medici missionari o i cowboy; io ammiro i biologi che lavorano sul campo. Questo è parte di ciò che mi riconduce a Darwin, poiché, com'è noto, anche lui è stato un biologo dedito ad attività sul campo in un periodo cruciale della sua vita: i quattro anni, nove mesi e cinque giorni trascorsi in veste di naturalista a bordo del Beagle, una nave della regia marina britannica inviata per mappare alcuni tratti della costa sudamericana. Il viaggio durò dal 1831 al 1836. Darwin, all'epoca, era nel pieno dei suoi vent'anni, l'età giusta per questo genere di cose, in quanto caratterizzata dalla massima capacità di sopportare condizioni di vita dure e di assimilare nuovi fatti e impressioni. Mentre il capitano del Beagle e l'equipaggio espletavano il loro incarico, il giovane signor Darwin raccoglieva esemplari marini con un retino da plancton assicurato a poppa e faceva lunghe escursioni a riva, osservando e raccogliendo materiale. Inesperto all'inizio, divenne progressivamente uno scienziato metodico ed estremamente perspicace. Esplorò il Brasile, l'Uruguay, l'Argentina, il Cile, il Perù, la Nuova Zelanda, l'Australia, il Sudafrica e una quantità di piccole isole oceaniche, tra cui Capo Verde, le Azzorre, Tahiti, l'isola Mauritius, Sant'Elena e le Galapagos. Il 2 ottobre 1836 sbarcò a Falmouth, nell'Inghilterra sudoccidentale, e da quel momento non lasciò più la Gran Bretagna. I giorni di vagabondaggio scientifico erano finiti: aveva raggiunto il suo scopo ed era finalmente a casa e all'asciutto, alquanto felice di rimanere in quelle condizioni, almeno per un po'."¹ In L’evoluzionista riluttante, Darwin non è presentato come il grande monumento che tutti conosciamo, ma come un uomo attraversato da esitazioni profonde. Ed è qui che il libro mi ha colpito di più: nella capacità di mostrare Darwin non come un genio già pienamente risolto, ma come una coscienza tormentata, prudente, quasi trattenuta da un continuo senso di responsabilità. Quammen insiste sul fatto che Darwin aveva intuito il cuore dell’evoluzionismo anni prima di pubblicarlo, e questa distanza tra comprensione e pubblicazione diventa il vero centro emotivo del libro. Non si tratta soltanto di lentezza o di metodo scientifico. Si tratta di un conflitto interiore reale, quasi viscerale. Darwin aveva capito, ma sapeva anche che capire una cosa e dirla al mondo sono due atti completamente diversi. E tra questi due atti si apre un abisso. "Ai primi di maggio del 1859, dopo appena dieci mesi di lavoro febbrile intercalato da brevi visite allo stabilimento di Moor Park, Darwin completò la bozza del libro. [...] Darwin cominciò a ricevere le bozze per la correzione alla fine del mese e rimase atterrito di fronte alla mediocrità della sua precipitosa prosa. Lo stile era "incredibilmente scadente e difficilissimo da rendere chiaro e scorrevole". Non si era mai considerato un granché come scrittore. Intervenne pesantemente sulle bozze, una mossa dispendiosa in termini di costi supplementari di tipocomposizione, per i quali si offrì di provvedere di tasca propria. Il titolo da lui proposto era mortalmente piatto: An Abstract of an Essay on the Origin of Species and Varieties through Natural Selection" ("Un estratto di un saggio sull'origine delle specie e delle varietà mediante selezione naturale") e rifletteva il suo persistente imbarazzo di fronte all'assenza di citazioni accademiche e alla drastica selezione delle prove addotte; Darwin sentiva che, senza un'esauriente indicazione delle fonti e una armatura completa di dati di supporto, il lavoro non avrebbe dovuto essere considerato - o etichettato - come nient'altro che un estratto."¹ Il libro parte nel 1836, ossia dopo il ritorno di Darwin dai cinque anni sul Beagle girando l'intero mondo. Si accenna ovviamente al viaggio (Darwin scriverà diversi libri sul suo viaggio) ma è del tutto secondario. Infatti, Charles si imbarcò quasi per caso, obbligato dal padre che vedeva in lui uno scansa fatiche e che non avrebbe combinato niente di rilevante in vita sua. Darwin infatti non è mai stato un avventuriero nato, anzi. Dalle sue lettere si evince la sua gioia nel ritornare a casa e difatti non lasciò più l'Inghilterra dopo il suo ritorno. Però gli appunti dei suoi taccuini saranno per lui la base e le fondamenta della teoria regina della biologia: l'evoluzione. La struttura di L’evoluzionista riluttante segue un andamento cronologico molto solido, quasi naturale, che accompagna il lettore lungo le tappe della vita di Darwin senza mai perdere il filo del ragionamento scientifico e umano che si sviluppa nel tempo. Quammen organizza il racconto come un percorso di formazione della mente di Darwin: dalle prime intuizioni dopo i viaggi, alle osservazioni, fino alla lenta maturazione della teoria dell’evoluzione e la sua sedimentazione. Dentro questa progressione, un passaggio particolarmente affascinante è quello dedicato alla ricerca sui cirripedi, che Darwin studiò per anni con un’attenzione quasi ossessiva. A prima vista può sembrare un dettaglio marginale, ma in realtà quei piccoli organismi marini diventano per lui un banco di prova fondamentale: attraverso di essi Darwin affina il proprio metodo, verifica ipotesi, confronta differenze e somiglianze, e soprattutto costruisce con pazienza quella solidità scientifica che gli servirà poi per sostenere la sua teoria più rivoluzionaria. È uno dei momenti più belli del libro, perché mostra come una scoperta immensa nasca anche da un lavoro minuzioso, silenzioso e apparentemente secondario. Un altro aspetto molto interessante che emerge lungo questa ampia traiettoria biografica è la dimensione profondamente dolorosa della vita di Darwin, segnata dai numerosi lutti familiari e, in particolare, dalla morte di diversi suoi figli. Queste perdite, raccontate con delicatezza, aggiungono una nota ancora più umana al ritratto costruito da Quammen, perché mostrano un uomo che non affronta soltanto il peso intellettuale della propria scoperta, ma anche una sofferenza personale continua, silenziosa e tenace. In questo quadro la figura della moglie Emma risalta con particolare forza: tratteggiata con grande attenzione e ricchezza di dettagli, appare come una presenza costante e fondamentale nell’intera vita di Darwin. Il loro legame emerge come un rapporto profondo, fatto di affetto, complicità e quotidianità condivisa, tanto che Charles la amò come nessun altro e vissero insieme come compagni, amanti e amici per tutta la vita. Un dettaglio particolarmente grazioso, che rende il ritratto ancora più vivido, è quello delle partite a backgammon che Darwin annotava con precisione quasi ironica, quasi a scherzare con Emma sui suoi successi: 2795 vittorie contro le sue “insignificanti” 2490. "Gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano sopravvivere e quindi la lotta per l'esistenza si ripete di frequente. Ne consegue che qualsiasi vivente, che sia variato sia pure di poco, ma in un senso a lui favorevole nell'ambito delle condizioni di vita, che a loro volta sono complesse ed alquanto variabili, avrà maggiori possibilità di sopravvivere e, quindi, sarà selezionato naturalmente. In virtù del possente principio dell'ereditarietà, ciascuna varietà, selezionata in via naturale, tenderà a perpetuare la sua nuova forma modificata."¹ Quello che resta, alla fine, è soprattutto l’immagine di Darwin come di un uomo profondamente consapevole del proprio tempo e insieme fuori dal proprio tempo. Un uomo che ha intuito prima degli altri una verità destinata a cambiare tutto, ma che ha dovuto portarne il peso nel silenzio, nella cautela, nell’inquietudine. E forse è proprio questo il tratto più umano del libro di Quammen: ricordarci che le grandi idee non nascono mai in astratto, ma dentro vite concrete, fragili, esitanti. Dietro una teoria che ha rivoluzionato il mondo c’era un uomo che ha passato anni a misurare le parole, a trattenere il pensiero, a convivere con una scoperta troppo grande per essere detta in fretta. Ed è per questo che L’evoluzionista riluttante non è solo un saggio su Darwin, ma anche un libro sulla paura della verità, sul tempo necessario per poterla sostenere, e sulla solitudine di chi la vede prima degli altri. "Negli ultimi anni della sua vita, Darwin godette di una salute migliore, ma la stanchezza prese gradualmente il sopravvento. L'urgenza di un tempo si era dissolta; sapeva che le grandi imprese della sua vita erano compiute e forse è proprio per questo che vomitava meno spesso e che gli attacchi di mal di testa erano meno frequenti. Si rassegnò di malavoglia agli inconvenienti della celebrità (visite di ammiratori, lettere da parte di perfetti sconosciuti, inviti a presenziare, a esprimere un'opinione o a fornire una perizia in tribunale), benché continuasse a dichiararsi incapace di soddisfare le richieste, quando gli tornava comodo, facendosi schermo con la sua condizione di invalidità. Declinò, tra le altre cose, un invito a recarsi a Oxford per ricevere una laurea honoris causa. E chi ne aveva bisogno?"¹ Darwin si spense nella sua casa nel 1882, ma il suo pensiero continua a vivere ogni 12 febbraio nel Darwin Day (giorno della sua nascita), che dovrebbe appartenere a tutti noi come invito a celebrare la scienza, il dubbio e la forza della ragione.
Art - Intrusione avicola di Bence Máté
Bence Máté, in Ungheria, ha colto una scena quasi da cartone animato nel sottobosco: una ghiandaia marina e una civetta nana che si inseguono senza sosta tra rami e foglie, come se avessero deciso di mettere in scena una piccola commedia selvaggia. Per fermare quell’attimo fugace, ha montato due fotocamere affiancate su un treppiede, sincronizzate a 20 fotogrammi al secondo e comandate a distanza; dopo 27 giorni passati nel suo capanno, è riuscito a portare a casa questo scatto incredibile. Intanto, attorno a casa sua, vicino al Parco Nazionale di Kiskunság, sta rinaturalizzando 20 ettari di vecchi campi coltivati e ha già sistemato 200 cassette nido: un gesto concreto, paziente, quasi poetico. Non si sa bene cosa scateni questi inseguimenti, ma Bence ha notato che cessano quando gli uccelli hanno i piccoli da accudire. Ecco il tipo di fotografia naturalistica che amo: quella capace di unire precisione, attesa e stupore, e di ricordarci quanto il mondo animale sappia essere imprevedibile, buffo e meraviglioso. Se avete voglia spulciate anche le sue altre foto, non ve ne pentirete. Il consiglio - L'era della strumentalizzazioneIl filosofo e giornalista brittanico Julian Baggini ha scritto questo lungo articolo (uscito sul giornale scientifico online Aeon con il titolo “The six-second hug”) molto significativo che mi ha fatto riflettere sul fatto che alcune cose erano e sono diventate veramente come lui le descrive. La morale è "be more human, please". *** Per decenni i film della Metro-Goldwyn-Mayer (Mgm) si sono aperti con un leone ruggente accompagnato dal motto Ars gratia artis: l’arte per l’arte. Ma, essendo la Mgm un colosso dell’intrattenimento che macina milioni, la sincerità di questo nobile principio è sempre stata dubbia. Eppure, accanto al discutibile obiettivo del miglioramento morale, è senza dubbio uno dei pochi motivi legittimi per cui si dovrebbero fare dei film. Quando l’arte persegue altri scopi, come il profitto o la propaganda, smette di essere davvero arte, almeno nella sua forma più pura. È stato quindi sorprendente imbattersi in una recente pubblicità del National art pass, una tessera che offre ai titolari ingressi gratuiti o scontati a gallerie e musei in tutto il Regno Unito. Lo slogan “Vedi di più. Vivi di più” sembrava azzeccato: l’arte arricchisce davvero la vita. Ma si è poi capito che quel “di più” era puramente quantitativo, non qualitativo. “Allunga la tua vita con l’arte”, proclamava, e poi: “Trascorrere del tempo nelle gallerie e nei musei potrebbe aiutarti a vivere più a lungo”. Non arte per l’arte, dunque, ma arte per il cuore, quello di carne, non quello spirituale. Questo messaggio è ormai onnipresente: l’Arts council England promuove l’idea secondo cui “partecipare ad attività creative e culturali apporta benefici dimostrati alla salute di individui e comunità”. Il manifesto mi ha colpito, ma non sorpreso. Da molto tempo mi lamento, in privato, della strumentalizzazione di ogni cosa: nulla sembra più avere valore in sé, ma solo per ciò che può procurare. Mi sono accorto per la prima volta di questa tendenza nel 2010, quando ho avuto la sfortuna di recensire Progetto felicità della scrittrice Gretchen Rubin, il resoconto di un anno trascorso alla ricerca ossessiva della felicità. Un passaggio mi ha colpito così tanto che potrei quasi recitarlo a memoria. Una giornata con il marito comincia male ma, dopo delle scuse, Rubin annota: “Ci siamo abbracciati per almeno sei secondi, che, come sapevo dalle mie ricerche, è il tempo minimo necessario a favorire il flusso di ossitocina e serotonina, sostanze chimiche che migliorano l’umore e favoriscono il legame affettivo. Il momento di tensione è passato”. Sono rimasto con l’immagine inquietante di una donna che abbraccia il marito non tanto per amore o affetto, ma per rilasciare ormoni e ridurre lo stress. Quelle frasi svelavano come il suo progetto di felicità l’avesse portata a fare ogni cosa con l’obiettivo di migliorarsi l’umore. Alla fine del suo anno di esperimenti, in cui si è comportata come una vera macchina della felicità, Rubin riflette su ciò che è cambiato. “Forse vedevo quello che volevo vedere”, per poi aggiungere: “Forse, ma a chi importa?”. Negli anni trascorsi dall’abbracciarsi per sentirsi felici all’essere creativi per vivere più a lungo, ho visto innumerevoli esempi di cose buone nella vita promosse non per il loro valore intrinseco, ma per i benefici materiali che producono. Questa strumentalizzazione si è talmente diffusa che non ci accorgiamo nemmeno di quanto sia sbagliata. Eppure i suoi effetti sono profondi, perché ci spingono in continuazione a perdere di vista ciò che ha davvero valore nella vita. Prima di azzardare una diagnosi su ciò che è andato storto e su come rimediare, sento di dover difendere quella che potrebbe sembrare un’affermazione esagerata: tutto sta diventando strumentale. Lungi dall’essere una semplice iperbole, mi è difficile pensare a qualcosa di valido a cui qualcuno non abbia attribuito benefici pratici prima ancora di riconoscerne il valore intrinseco. Prendiamo l’esempio dell’andare in chiesa. La maggior parte dei fedeli considera il culto un atto devozionale, non un mezzo pratico per guadagnarsi il paradiso. Oggi, però, non è raro sentire anche persone cristiane, come Deborah Jenkins sulla rivista Premier Christianity, citare ricerche secondo cui “far parte di una comunità ecclesiale può allungare la vita, ridurre la depressione e favorire una buona salute mentale”. Un libro che sfogliavo di recente sostiene l’efficacia della preghiera per la salute fisica, citando uno studio che avrebbe “riscontrato benefici medici significativi sul sistema cardiovascolare, sul sangue e anche su muscoli e ossa, derivanti dalla preghiera quotidiana della salah musulmana”. Naturalmente nessuno, se messo alle strette, affermerebbe che siano le ragioni principali per praticare una religione. Eppure sono presentate come tali e appaiono più credibili e scientifiche dell’idea che un dio benevolo tenga davvero a come passi la domenica mattina. In maniera più profana, ci vengono perfino proposti motivi strumentali per l’orgasmo. Un titolo del Daily Telegraph del 2015 – “Un orgasmo al giorno potrebbe tenere lontano il cancro alla prostata, sostengono gli scienziati” – riassumeva una convinzione ormai diffusa: che una delle principali ragioni per cui un uomo dovrebbe fare sesso o masturbarsi non è il piacere, l’intimità o la liberazione della tensione sessuale, ma la tutela della salute. Potremmo provare a stilare una lista di cose che le persone apprezzano per se stesse, sperando di trovarne una che non sia stata elogiata per i benefici su salute, ricchezza o benessere. Sarebbe inutile. Il sito di Opera North elenca dieci benefici del canto, e solo uno, l’espressione personale, riguarda arte e creatività. Gli altri includono “ti fa sentire meglio”, “migliora la funzione polmonare”, “aiuta a combattere lo stress e a rilassarsi”, “contribuisce a migliorare la memoria”, “può aiutare nei momenti difficili” e “aumenta la fiducia in se stessi”. Ho visto innumerevoli esempi di cose buone nella vita promosse non per il loro valore intrinseco, ma per i benefici materiali che producono Chi invita a riconnettersi con la natura spesso lo fa appellandosi allo stesso edonismo autocentrato e utilitaristico che ha causato la perdita di contatto dell’umanità con il mondo naturale: il National trust sottolinea come “camminare nella natura possa favorire il benessere” e non sembra cogliere l’ironia del fatto che, se andiamo tra gli alberi per ciò che possono fare per noi, lo facciamo con la stessa mentalità sfruttatrice ed estrattiva di chi li abbatte. Perfino la filosofia, che dovrebbe essere la ricerca disinteressata della saggezza, non è sfuggita alla maledizione della strumentalizzazione. Oggi non basta più che le università dicano che i loro programmi consentono di affrontare alcune delle domande più profonde sull’esistenza. Adesso i quesiti sono decisamente concreti: in che modo la filosofia ti sarà utile per comprare una casa o mettere da parte una pensione? Viene proposta come un allenamento alle “competenze di pensiero trasferibili” e si capisce subito che queste competenze trovano la loro applicazione principale nel mondo del lavoro. La facoltà di filosofia dell’università di Cambridge ha perfino una pagina web dedicata alle cinque competenze utili delle sue materie: intellettuali, comunicative, organizzative, interpersonali e di ricerca. La strumentalizzazione è particolarmente dannosa quando si applica alle azioni che compiamo con e per gli altri. Immanuel Kant le considerava un “imperativo categorico”, una richiesta assoluta della morale, secondo cui bisogna “trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre comunque come fine, mai semplicemente come mezzo”. Le parole che usiamo per descrivere la strumentalizzazione degli altri mostrano quanto la consideriamo corruttiva: disumanizzazione, oggettificazione, sfruttamento. Per questo la strumentalizzazione delle relazioni sociali è immorale, oltre che controproducente. Se diamo priorità a ciò che le relazioni fanno per noi, trattiamo le persone coinvolte come semplici strumenti di tornaconto personale. E non ho cominciato a elencare le attività ormai sistematicamente strumentalizzate: il giardinaggio, lo sport, il campeggio, il nuoto, l’attivismo, il volontariato, fare il pane, i lavori manuali, tenere un diario, ridere, dire “grazie”. Non ci chiediamo quasi più cosa ci sia di buono in queste pratiche, ma quale bene possano fare per noi. E per “bene” intendiamo salute, ricchezza e successo mondano. Chi ama la natura, l’arte, la conoscenza e l’amicizia per il loro valore intrinseco può storcere il naso davanti ai loro benefici strumentali. Però che male c’è nel sottolinearli? In fondo, una persona che conduce una vita strumentalizzata e una che non lo fa potrebbero fare esattamente le stesse cose. Questa obiezione tuttavia manca il punto: una vita buona non dipende solo da cosa facciamo, ma da come lo facciamo. Due persone con gli stessi calendari culturali possono visitare le stesse mostre, vedere gli stessi film e ascoltare la stessa musica, ma se le loro motivazioni sono diverse, sono diversi anche i mondi che abitano. Per capirne il motivo bisogna tornare alla domanda fondamentale: perché qualcosa ha valore? Nell’Etica nicomachea Aristotele fu tra i primi, ma non certo tra gli ultimi, a osservare che alcune cose le facciamo come mezzi per un fine, altre sono fini in sé. Solo queste ultime hanno valore intrinseco, mentre quello dei mezzi è solo estrinseco. Se ci chiediamo dove risieda il valore ultimo della vita, è evidente che lo si trova tra le cose dotate di valore intrinseco. Questa intuizione è così semplice da sembrare ovvia. Eppure vale la pena di ripeterla nel corso dei secoli e in tutte le fasi della nostra vita, perché è fin troppo facile lasciarsi distrarre da beni puramente strumentali, perdendo di vista ciò che ha un valore reale. Il denaro è l’esempio più chiaro: è importante solo per ciò che permette di acquistare, può servire a ottenere molte delle cose che apprezziamo. Tuttavia è fin troppo umano cercare di accumularne sempre di più senza mai sentirsi soddisfatti, sottraendo tempo agli affetti e alle attività che ci piacciono. Inseguire beni estrinseci invece che intrinseci è un errore abbastanza diffuso. Ma la strumentalizzazione pervasiva va oltre. Non solo ci distoglie da ciò che è buono in sé, ma priva queste cose del loro valore intrinseco e le riduce a semplici mezzi per un fine. Peggio ancora, questi fini non hanno nemmeno valore in sé. Basta pensare a ciò che persegue la strumentalizzazione: salute, ricchezza e benessere psicologico. Tutti obiettivi così evidentemente desiderabili da rendere facile non accorgersi del fatto che nessuno di essi ha valore intrinseco. Partiamo dalla salute del corpo. Spesso ne parliamo come se fosse la cosa più importante in assoluto. Per questo la frase di Augusten Burroughs “quando c’è la salute, c’è tutto” è diventata un meme virale online. Ma in realtà non apprezziamo la salute in sé. La valorizziamo per due motivi: il primo è che la sua assenza porta dolore e sofferenza, mali da evitare; il secondo è che quando siamo in salute possiamo fare meglio le cose che danno senso alla nostra vita. Però una vita sana priva di amore, attività significative o esperienze sarebbe vuota. Molte persone con malattie croniche, infatti, scoprono con propria e altrui sorpresa che la salute non è la cosa più importante: nella malattia vedono più chiaramente cosa conta davvero e spesso preferiscono essere malate e amate che in buona salute e detestate. Una donna in sedia a rotelle ha raccontato a Elizabeth Lindsey, professoressa associata di scienze infermieristiche: “Posso vivere la vita fino in fondo anche se sono disabile perché, per come vivo io, la vita viene da dentro”. La salute fisica è importante solo come base per apprezzare ciò che conta davvero. Infatti Lindsey parla di “salute dentro la malattia”, sostenendo che la salute piena non coincide con l’assenza di malattia. Nemmeno la salute mentale è importante di per sé. La malattia mentale è intrinsecamente negativa, perché è sofferenza senza ricompensa. Ma essere in buona salute mentale, come essere in buona salute fisica, è solo una condizione che favorisce ciò che è più profondamente prezioso. Perfino una certa dose di sofferenza psichica non è in sé un male. È un bene, per esempio, sentirsi in lutto, perché dimostra che le nostre emozioni funzionano correttamente quando accadono cose brutte alle persone che ci stanno a cuore. Neppure la felicità, forse il beneficio più spesso rivendicato dalla strumentalizzazione, è un bene intrinseco. Non è un bene se qualcuno prova felicità nel vedere soffrire delle persone che odia. Non sarebbe un bene vivere in una nube chimica di beatitudine, appagati ma scollegati dal mondo reale. Non è un bene vivere felicemente nell’illusione di una relazione solida mentre il partner ti tradisce. La beata ignoranza può talvolta essere preferibile a una dolorosa consapevolezza, ma questo non la rende migliore. Dunque cos’è buono in sé, se non lo sono salute, ricchezza e benessere mentale? I filosofi hanno spesso commesso l’errore di cercare un unico summum bonum, il “bene supremo” dell’umanità. Per Aristotele era la contemplazione intellettuale; per i buddisti l’eliminazione della sofferenza; per Immanuel Kant la buona volontà; per gli utilitaristi la felicità. Ma non c’è motivo di ridurre ciò che ha valore intrinseco a un solo stato o a una sola attività. Aristotele si avvicinava di più al punto quando indicava nella fioritura umana il bene più alto, sbagliando solo nel momento in cui diventava troppo prescrittivo su ciò che essa richiede. Fioriamo quando le nostre vite sono fatte di un coinvolgimento con cose che hanno valore in sé e non come mezzi. La fioritura assume tante forme quante sono le persone. Friedrich Nietzsche pensava che una vita senza musica sarebbe un errore, ma non per chi la vive con indifferenza. L’idea che il valore ultimo della vita derivi da cose dotate di valore intrinseco è, in fondo, un’idea pluralista. I beni umani intrinseci sono tutte quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta senza bisogno di ulteriori giustificazioni. Chiedere “a cosa servono” significa fraintenderne il senso. Non possiamo dimostrare perché siano preziose, possiamo solo descriverle e sperare che altri ne riconoscano il valore. Si può dire, per esempio, che una giornata nel bosco merita di essere apprezzata anzitutto perché ci restituisce la meraviglia di essere vivi e ci apre allo stupore per il mondo naturale. Giocare o assistere a uno sport significa partecipare o assistere allo sforzo e alla gioia di far cooperare mente e corpo in modo più armonioso di quanto accada nella vita ordinaria. Imparare una lingua straniera apre l’accesso a un’altra cultura, rende possibile comunicare con chi la abita e avvicinarsi alla sua letteratura e ai suoi mezzi d’informazione. Tutto questo arricchisce la vita e ne amplia l’esperienza e il valore è proprio qui, anche se non aggiunge neanche un secondo alla durata dell’esistenza. Considerarli mezzi per rafforzare risorse mentali, emotive o fisiche in vista di un futuro che potrebbe anche non arrivare significa allontanare l’attenzione da ciò che conta qui e ora. La vita non è un allenamento per il futuro: è una partita già in corso e il tempo sta per scadere. La distinzione tra beni intrinseci ed estrinseci può essere concettualmente netta, ma nel mondo reale diventa subito meno chiara. Innanzitutto perché molte cose possono avere sia un valore intrinseco sia uno estrinseco, come accade per tutte quelle che secondo me sono state strumentalizzate a torto. La strumentalizzazione non crea valore estrinseco: si limita a elevarlo al di sopra di ciò che ha valore intrinseco. Né è sempre vero che il valore intrinseco prevale su quello estrinseco. Gli esseri umani hanno bisogni pratici e può essere più importante guadagnare denaro, tagliare legna o procurarsi da mangiare che leggere un romanzo o giocare con i nipoti. Molte cose devono essere fatte per fini strumentali e dedicarsi solo a ciò che vale intrinsecamente sarebbe un privilegio eccezionale, un lusso o entrambe le cose. Inoltre, non tutti i beni estrinseci hanno lo stesso peso. Alcuni sono più direttamente legati a ciò che ha un valore. Adulare il capo per ottenere favori, così da guadagnare denaro da spendere in ciò che conta davvero, ci allontana profondamente da ciò che dà senso alla vita. Studiare etica, invece, è in un certo senso un mezzo orientato al vivere bene, ma è un fine talmente prossimo da poter essere considerato quasi un bene in sé. È per questo che trovo in parte fuorviante il dibattito tra “arte per l’arte” e “arte come strumento didattico”. Alcune forme artistiche, in particolare la musica strumentale e la pittura astratta, possono e dovrebbero essere apprezzate solo per ciò che sono. Molta letteratura, cinema e teatro, però, sono in grado di offrire una comprensione più profonda dell’etica, della politica e del cuore umano. Questa comprensione contribuisce a farci vivere meglio e a rivolgere maggiore attenzione a ciò che conta davvero, nelle nostre vite e in quelle altrui. Un’arte di questo tipo può essere considerata un mezzo per l’educazione morale, ma nella buona arte mezzi e fini sono talmente intrecciati da rendere la distinzione artificiosa. Qualsiasi spiegazione della grandezza di Anton Čechov, per esempio, non potrebbe separare la sua maestria teatrale dall’umanità che mette in scena. Il limite di molta arte didattica non sta nell’avere qualcosa da insegnare, ma nel modo rozzo in cui lo fa: non è solo cattiva arte, ma anche cattiva pedagogia. Il rapporto tra valore intrinseco ed estrinseco è complesso e uno dei problemi della strumentalizzazione è che cerca di appiattirlo e semplificarlo. Ci spinge a individuare ciò che è più utile e poi a separarlo da ciò che ha un valore ultimo. Così facendo, spesso riduce o distrugge proprio i benefici che promette di massimizzare. Prendiamo la socialità. Ho sentito di recente parlare di uno studio secondo cui fare qualsiasi cosa, perfino leggere, ci giova di più se la facciamo insieme ad altri piuttosto che da soli. Questo messaggio è ormai largamente diffuso e assimilato, tanto che sappiamo bene quanto la convivialità sia importante per la salute mentale e fisica. Eppure uno degli aspetti più preziosi dell’amicizia e della vita comunitaria è proprio la loro capacità di spostarci al di fuori di noi stessi e renderci più sensibili ai bisogni altrui. Per trarre davvero beneficio dalle relazioni, dobbiamo viverle con lo spirito giusto: scegliendo di stare con gli altri perché ci stanno a cuore e noi stiamo a cuore a loro, perché li troviamo interessanti, perché ci piace condividere un’esperienza o un impegno comune. Se invece cerchiamo la socialità solo in funzione del nostro benessere personale, è probabile che i suoi benefici vengano meno. La strumentalizzazione crea un’illusione di efficienza, perché spinge a perseguire direttamente cose pratiche che tutti desideriamo. Ma spesso si rivela controproducente. Nella maggior parte dei casi i benefici di un’attività non si ottengono se la motivazione principale è ottenerli. Quella che sembra una scorciatoia si rivela un cortocircuito che impedisce di ottenere quanto prometteva. Ma se la strumentalizzazione è un errore tanto profondo, perché l’abbiamo adottata? La sua origine risiede in alcune caratteristiche della modernità occidentale. L’illuminismo ha portato a compimento l’idea dell’individuo sovrano e autonomo, un concetto che affondava le sue radici nel pensiero classico e cristiano. Nel corso dei secoli questa visione si è consolidata come senso comune: ogni persona dovrebbe governare il proprio destino e scrivere la propria storia di vita. Autoespressione e autodeterminazione sono considerate fondamentali per costruire un sé autentico. I pensatori dell’illuminismo avevano ragione a sostenere una maggiore libertà individuale in un’epoca in cui il potere era concentrato nelle mani di pochi e la maggioranza era sottomessa. Tuttavia, gli esseri umani sono anche animali sociali. La modernità ha perso di vista questo fatto, concentrandosi tutta sulla libertà personale e trascurando la nostra interdipendenza. Ne è derivata un’esagerazione dell’importanza dell’autonomia, che ha spinto troppo oltre la valorizzazione dell’individualità. Il risultato è l’atomizzazione: un mondo in cui la nostra separazione dagli altri è diventata eccessiva. Questo mondo atomizzato presenta diverse caratteristiche che favoriscono la strumentalizzazione. La prima è l’illusione del controllo. Incoraggiati a sentirci autonomi, perdiamo di vista il fatto che ci sono molte cose su cui non abbiamo alcun potere. Il mondo offre opportunità e mette bastoni tra le ruote in modo casuale e non abbiamo il pieno controllo nemmeno di noi stessi. Non abbiamo avuto voce in capitolo neanche sulla nostra struttura di base: disposizione, personalità, doni e limiti. Non abbiamo accesso diretto alle sorgenti nascoste del pensiero e della volontà e non possiamo semplicemente scegliere ciò che ci piace o ciò in cui crediamo. Eppure, cresciuti pensando di essere liberi e autonomi, crediamo di poter piegare il mondo ai nostri desideri. Felicità, salute e successo sembrano alla nostra portata, basta fare le scelte giuste. Così il mondo si trasforma in una serie di leve da azionare e pulsanti da premere, al servizio della nostra volontà. In breve, tutto diventa un mezzo per raggiungere i fini che scegliamo, perché così interpretiamo l’autodeterminazione. Nell’era del tardo capitalismo, la nostra autonomia si manifesta soprattutto attraverso lo status di consumatori. La libertà si riduce per lo più alla possibilità di decidere come spendere il denaro, con la promessa che tutto ciò di cui abbiamo bisogno possa essere comprato. Però questa mentalità ha influenzato il nostro rapporto con tutto. Il risultato è che il mondo appare ormai essenzialmente transazionale: tutto è strumentale per ottenere qualcos’altro. Non sorprende che le app d’incontri ci diano l’impressione di fare shopping di partner, visto che le relazioni sono vissute secondo la logica del consumo. Anche la politica è diventata un gioco di scambi: elettori e politici sembrano credere che il vincitore prenda tutto, come il miglior offerente in un’asta. La democrazia dovrebbe servire a gestire richieste contrastanti, non a dare ai vincitori tutto ciò che vogliono. Votare dovrebbe significare far sentire la propria voce, non imporre la propria volontà. Ma nella nuova mentalità consumistica, i voti comprano potere e non trasferiscono più responsabilità. Un’altra radice culturale della strumentalizzazione è il riduzionismo, che si è insinuato silenziosamente nella nostra cultura a partire dalle scienze naturali. Il riduzionismo sostiene che per capire come funzionano le cose sia necessario scomporle nei loro elementi costitutivi. Per secoli questa idea ha servito bene le scienze naturali. Tuttavia, il suo limite emerge chiaramente nelle scienze sociali: l’economia, la società e la psicologia non si spiegano attraverso processi puramente meccanicistici. Abbiamo imparato che anche nelle scienze naturali analizzare le parti serve solo fino a un certo punto e che è altrettanto importante, talvolta più importante, osservare come funzionano i sistemi nella loro interezza. Molta strumentalizzazione nasce da un riduzionismo grossolano, che ignora i sistemi e si concentra sui singoli elementi. La ricchezza di un’esperienza, come stare all’aria aperta, è ridotta a un mezzo per stimolare la circolazione sanguigna o rilasciare ormoni. L’arte, capace di suscitare una molteplicità di emozioni spesso contrastanti, è apprezzata solo per la sua capacità di evocare alcune emozioni positive. I legami sociali, che portano con sé dolore e gioia, sono ridotti a semplici fonti di sostegno emotivo. Se combiniamo una fiducia eccessiva nell’autonomia personale, una mentalità consumistica e transazionale e un atteggiamento riduzionista sul funzionamento delle cose, è inevitabile che finiamo per considerare il mondo come un insieme di risorse da sfruttare per il nostro benessere. La tragedia è che così trascuriamo i nostri bisogni più profondi. Che aspetto avrebbe la nostra cultura se smettessimo di strumentalizzare tutto? Continueremmo certo a compiere molte azioni come mezzi per raggiungere un fine e saremmo pronti a riconoscere che molte cose buone della vita comportano anche benefici pratici. Ma li vedremmo come effetti collaterali, non come il loro scopo principale. Un mondo liberato dalla strumentalizzazione sarebbe un mondo in cui presteremmo maggiore attenzione a ciò che ha valore qui e ora. Prendiamo l’amicizia. I benefici personali che otteniamo dagli altri sono reali, ma non dovrebbero essere il motivo per cui stiamo con loro. Le relazioni sono importanti perché valorizzano le persone che ne fanno parte, non perché passare del tempo insieme stimola la produzione di endorfine nel nostro cervello. Più di due secoli fa il filosofo David Hume correggeva questo errore scrivendo: “Provo piacere nel fare del bene a un amico, perché lo amo; però non lo amo per il piacere che ne ricavo”. Rifiutare la strumentalizzazione significa capire che sentirsi bene è spesso una conseguenza del vivere bene, non ciò in cui consiste il vivere bene. Apprezzare le cose per quello che sono, e non per ciò che potrebbero darci in cambio, è liberatorio. Ci libera dalla pressione interna di dover sempre controllare che ogni nostra azione serva a qualche altro scopo, di dover giustificare le nostre giornate in base a crediti futuri. Vivere pienamente significa godere di ciò che la vita offre, senza cercare di trarne benefici monetizzabili o misurabili. Ci permette di riconoscere che la buona vita è qualcosa che possiamo vivere ogni giorno, nei gesti piccoli come in quelli grandi. E soprattutto c’insegna che le persone e le cose che amiamo bastano a se stesse e non hanno bisogno di servire ad altro per meritare tempo e attenzione. Comprendere che la vita è un fine in sé è la chiave per raggiungerne la pienezza. *** ⚓ Naviga con me tra parole e idee: iscriviti a flint Se questa newsletter ti è piaciuta, sentiti libero/a di inoltrarla: più siamo a bordo, meglio navighiamo. 🌊 Se ti sei perso o vuoi recuperare tutte i numeri di flint usa questo link! "Non esiste miglior barca di un libro per esplorare terre lontane." Emily Dickinson
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"I legami sociali, che portano con sé dolore e gioia, sono ridotti a semplici fonti di sostegno emotivo. Se combiniamo una fiducia eccessiva nell’autonomia personale, una mentalità consumistica e transazionale e un atteggiamento riduzionista sul funzionamento delle cose, è inevitabile che finiamo per considerare il mondo come un insieme di risorse da sfruttare per il nostro benessere. La tragedia è che così trascuriamo i nostri bisogni più profondi. " Julian Baggini SommarioInformazione di servizio: tutte le newsletter sono disponibili a questo link (qualora vi siate persi le precedenti o vogliate in futuro leggerle nuovamente se non le trovate nella casella di posta).
Galileo - L'evoluzionista riluttante di David Quammen
"Charles Darwin occupa un posto particolare nella storia della scienza e nella società. Il suo nome è certamente noto, ma le sue idee (con un'unica eccezione) non sembrano essere altrettanto familiari: il fatto che si tratti di un personaggio centrale, iconico, non significa che sia compreso del tutto e da tutti. Ciò detto, se la comunità scientifica emettesse banconote, il volto sul biglietto da un dollaro sarebbe con ogni probabilità quello di Darwin. È un bel volto il suo, amabilmente impassibile come quello di George Washington consegnato alla storia dal dipinto di Gilbert Stuart; eppure, proprio come quello del presidente americano, cela profondi tratti di complessità e di tensione. Tutti hanno un'idea, più o meno vaga, di chi sia Charles Darwin, di che cosa abbia fatto e detto, e ciò che la maggior parte della gente crede di sapere è che ha inventato "la teoria dell'evoluzione", convinzione che, pur non essendo del tutto sbagliata, per quanto confusa e imprecisa, non coglie gli aspetti del suo lavoro più profondamente originali, pericolosi e intriganti."¹ Ci sono libri che si leggono per quello che la storia racconta, e altri che si leggono per il modo in cui riescono a farci entrare dentro una mente. L’evoluzionista riluttante di David Quammen, per me, appartiene con pieno diritto a questa seconda categoria. È un libro che non si limita a parlare di Darwin, ma prova a farci sentire il peso di ciò che Darwin ha pensato, intuito, temuto e rimandato per anni. Ed è proprio questo, credo, a renderlo così affascinante: non la semplice ricostruzione di una teoria, ma il ritratto umano di un uomo che ha capito una delle idee più sconvolgenti della storia della scienza molto prima di avere il coraggio di mostrarla al mondo. David Quammen, in questo senso, è uno scrittore perfetto per un’impresa del genere. Non è soltanto un divulgatore scientifico: è uno di quegli autori che sanno dare alla scienza una voce narrativa, uno sguardo emotivo, quasi un respiro letterario. Nei suoi libri (in particolare il "premonitore" Spillover, molto consigliato insieme a Il cuore selvaggio della natura) si ritrova sempre la stessa qualità rara: la capacità di rendere la complessità leggibile senza svuotarla, e di raccontare il sapere senza trasformarlo in una lezione fredda. Quammen non semplifica il mondo naturale, lo rende abitabile per tutti. E questa, per me, è una forma altissima di scrittura in particolar modo nella divulgazione scientifica. Anche quando parla di scienza appunto, non perde mai il gusto per il ritratto, per il dettaglio rivelatore, per quel punto in cui una biografia individuale diventa la chiave per leggere un’intera epoca. E in questo libro tutto questo prende vita in un vortice che funziona molto bene. "Alcune persone nutrono un'ammirazione per i soldati, i chirurghi, i vigili del fuoco, gli astrofisici, i medici missionari o i cowboy; io ammiro i biologi che lavorano sul campo. Questo è parte di ciò che mi riconduce a Darwin, poiché, com'è noto, anche lui è stato un biologo dedito ad attività sul campo in un periodo cruciale della sua vita: i quattro anni, nove mesi e cinque giorni trascorsi in veste di naturalista a bordo del Beagle, una nave della regia marina britannica inviata per mappare alcuni tratti della costa sudamericana. Il viaggio durò dal 1831 al 1836. Darwin, all'epoca, era nel pieno dei suoi vent'anni, l'età giusta per questo genere di cose, in quanto caratterizzata dalla massima capacità di sopportare condizioni di vita dure e di assimilare nuovi fatti e impressioni. Mentre il capitano del Beagle e l'equipaggio espletavano il loro incarico, il giovane signor Darwin raccoglieva esemplari marini con un retino da plancton assicurato a poppa e faceva lunghe escursioni a riva, osservando e raccogliendo materiale. Inesperto all'inizio, divenne progressivamente uno scienziato metodico ed estremamente perspicace. Esplorò il Brasile, l'Uruguay, l'Argentina, il Cile, il Perù, la Nuova Zelanda, l'Australia, il Sudafrica e una quantità di piccole isole oceaniche, tra cui Capo Verde, le Azzorre, Tahiti, l'isola Mauritius, Sant'Elena e le Galapagos. Il 2 ottobre 1836 sbarcò a Falmouth, nell'Inghilterra sudoccidentale, e da quel momento non lasciò più la Gran Bretagna. I giorni di vagabondaggio scientifico erano finiti: aveva raggiunto il suo scopo ed era finalmente a casa e all'asciutto, alquanto felice di rimanere in quelle condizioni, almeno per un po'."¹ In L’evoluzionista riluttante, Darwin non è presentato come il grande monumento che tutti conosciamo, ma come un uomo attraversato da esitazioni profonde. Ed è qui che il libro mi ha colpito di più: nella capacità di mostrare Darwin non come un genio già pienamente risolto, ma come una coscienza tormentata, prudente, quasi trattenuta da un continuo senso di responsabilità. Quammen insiste sul fatto che Darwin aveva intuito il cuore dell’evoluzionismo anni prima di pubblicarlo, e questa distanza tra comprensione e pubblicazione diventa il vero centro emotivo del libro. Non si tratta soltanto di lentezza o di metodo scientifico. Si tratta di un conflitto interiore reale, quasi viscerale. Darwin aveva capito, ma sapeva anche che capire una cosa e dirla al mondo sono due atti completamente diversi. E tra questi due atti si apre un abisso. "Ai primi di maggio del 1859, dopo appena dieci mesi di lavoro febbrile intercalato da brevi visite allo stabilimento di Moor Park, Darwin completò la bozza del libro. [...] Darwin cominciò a ricevere le bozze per la correzione alla fine del mese e rimase atterrito di fronte alla mediocrità della sua precipitosa prosa. Lo stile era "incredibilmente scadente e difficilissimo da rendere chiaro e scorrevole". Non si era mai considerato un granché come scrittore. Intervenne pesantemente sulle bozze, una mossa dispendiosa in termini di costi supplementari di tipocomposizione, per i quali si offrì di provvedere di tasca propria. Il titolo da lui proposto era mortalmente piatto: An Abstract of an Essay on the Origin of Species and Varieties through Natural Selection" ("Un estratto di un saggio sull'origine delle specie e delle varietà mediante selezione naturale") e rifletteva il suo persistente imbarazzo di fronte all'assenza di citazioni accademiche e alla drastica selezione delle prove addotte; Darwin sentiva che, senza un'esauriente indicazione delle fonti e una armatura completa di dati di supporto, il lavoro non avrebbe dovuto essere considerato - o etichettato - come nient'altro che un estratto."¹ Il libro parte nel 1836, ossia dopo il ritorno di Darwin dai cinque anni sul Beagle girando l'intero mondo. Si accenna ovviamente al viaggio (Darwin scriverà diversi libri sul suo viaggio) ma è del tutto secondario. Infatti, Charles si imbarcò quasi per caso, obbligato dal padre che vedeva in lui uno scansa fatiche e che non avrebbe combinato niente di rilevante in vita sua. Darwin infatti non è mai stato un avventuriero nato, anzi. Dalle sue lettere si evince la sua gioia nel ritornare a casa e difatti non lasciò più l'Inghilterra dopo il suo ritorno. Però gli appunti dei suoi taccuini saranno per lui la base e le fondamenta della teoria regina della biologia: l'evoluzione. La struttura di L’evoluzionista riluttante segue un andamento cronologico molto solido, quasi naturale, che accompagna il lettore lungo le tappe della vita di Darwin senza mai perdere il filo del ragionamento scientifico e umano che si sviluppa nel tempo. Quammen organizza il racconto come un percorso di formazione della mente di Darwin: dalle prime intuizioni dopo i viaggi, alle osservazioni, fino alla lenta maturazione della teoria dell’evoluzione e la sua sedimentazione. Dentro questa progressione, un passaggio particolarmente affascinante è quello dedicato alla ricerca sui cirripedi, che Darwin studiò per anni con un’attenzione quasi ossessiva. A prima vista può sembrare un dettaglio marginale, ma in realtà quei piccoli organismi marini diventano per lui un banco di prova fondamentale: attraverso di essi Darwin affina il proprio metodo, verifica ipotesi, confronta differenze e somiglianze, e soprattutto costruisce con pazienza quella solidità scientifica che gli servirà poi per sostenere la sua teoria più rivoluzionaria. È uno dei momenti più belli del libro, perché mostra come una scoperta immensa nasca anche da un lavoro minuzioso, silenzioso e apparentemente secondario. Un altro aspetto molto interessante che emerge lungo questa ampia traiettoria biografica è la dimensione profondamente dolorosa della vita di Darwin, segnata dai numerosi lutti familiari e, in particolare, dalla morte di diversi suoi figli. Queste perdite, raccontate con delicatezza, aggiungono una nota ancora più umana al ritratto costruito da Quammen, perché mostrano un uomo che non affronta soltanto il peso intellettuale della propria scoperta, ma anche una sofferenza personale continua, silenziosa e tenace. In questo quadro la figura della moglie Emma risalta con particolare forza: tratteggiata con grande attenzione e ricchezza di dettagli, appare come una presenza costante e fondamentale nell’intera vita di Darwin. Il loro legame emerge come un rapporto profondo, fatto di affetto, complicità e quotidianità condivisa, tanto che Charles la amò come nessun altro e vissero insieme come compagni, amanti e amici per tutta la vita. Un dettaglio particolarmente grazioso, che rende il ritratto ancora più vivido, è quello delle partite a backgammon che Darwin annotava con precisione quasi ironica, quasi a scherzare con Emma sui suoi successi: 2795 vittorie contro le sue “insignificanti” 2490. "Gli individui di ciascuna specie, che nascono, sono molto più numerosi di quanti ne possano sopravvivere e quindi la lotta per l'esistenza si ripete di frequente. Ne consegue che qualsiasi vivente, che sia variato sia pure di poco, ma in un senso a lui favorevole nell'ambito delle condizioni di vita, che a loro volta sono complesse ed alquanto variabili, avrà maggiori possibilità di sopravvivere e, quindi, sarà selezionato naturalmente. In virtù del possente principio dell'ereditarietà, ciascuna varietà, selezionata in via naturale, tenderà a perpetuare la sua nuova forma modificata."¹ Quello che resta, alla fine, è soprattutto l’immagine di Darwin come di un uomo profondamente consapevole del proprio tempo e insieme fuori dal proprio tempo. Un uomo che ha intuito prima degli altri una verità destinata a cambiare tutto, ma che ha dovuto portarne il peso nel silenzio, nella cautela, nell’inquietudine. E forse è proprio questo il tratto più umano del libro di Quammen: ricordarci che le grandi idee non nascono mai in astratto, ma dentro vite concrete, fragili, esitanti. Dietro una teoria che ha rivoluzionato il mondo c’era un uomo che ha passato anni a misurare le parole, a trattenere il pensiero, a convivere con una scoperta troppo grande per essere detta in fretta. Ed è per questo che L’evoluzionista riluttante non è solo un saggio su Darwin, ma anche un libro sulla paura della verità, sul tempo necessario per poterla sostenere, e sulla solitudine di chi la vede prima degli altri. "Negli ultimi anni della sua vita, Darwin godette di una salute migliore, ma la stanchezza prese gradualmente il sopravvento. L'urgenza di un tempo si era dissolta; sapeva che le grandi imprese della sua vita erano compiute e forse è proprio per questo che vomitava meno spesso e che gli attacchi di mal di testa erano meno frequenti. Si rassegnò di malavoglia agli inconvenienti della celebrità (visite di ammiratori, lettere da parte di perfetti sconosciuti, inviti a presenziare, a esprimere un'opinione o a fornire una perizia in tribunale), benché continuasse a dichiararsi incapace di soddisfare le richieste, quando gli tornava comodo, facendosi schermo con la sua condizione di invalidità. Declinò, tra le altre cose, un invito a recarsi a Oxford per ricevere una laurea honoris causa. E chi ne aveva bisogno?"¹ Darwin si spense nella sua casa nel 1882, ma il suo pensiero continua a vivere ogni 12 febbraio nel Darwin Day (giorno della sua nascita), che dovrebbe appartenere a tutti noi come invito a celebrare la scienza, il dubbio e la forza della ragione.
Art - Intrusione avicola di Bence Máté
Bence Máté, in Ungheria, ha colto una scena quasi da cartone animato nel sottobosco: una ghiandaia marina e una civetta nana che si inseguono senza sosta tra rami e foglie, come se avessero deciso di mettere in scena una piccola commedia selvaggia. Per fermare quell’attimo fugace, ha montato due fotocamere affiancate su un treppiede, sincronizzate a 20 fotogrammi al secondo e comandate a distanza; dopo 27 giorni passati nel suo capanno, è riuscito a portare a casa questo scatto incredibile. Intanto, attorno a casa sua, vicino al Parco Nazionale di Kiskunság, sta rinaturalizzando 20 ettari di vecchi campi coltivati e ha già sistemato 200 cassette nido: un gesto concreto, paziente, quasi poetico. Non si sa bene cosa scateni questi inseguimenti, ma Bence ha notato che cessano quando gli uccelli hanno i piccoli da accudire. Ecco il tipo di fotografia naturalistica che amo: quella capace di unire precisione, attesa e stupore, e di ricordarci quanto il mondo animale sappia essere imprevedibile, buffo e meraviglioso. Se avete voglia spulciate anche le sue altre foto, non ve ne pentirete. Il consiglio - L'era della strumentalizzazioneIl filosofo e giornalista brittanico Julian Baggini ha scritto questo lungo articolo (uscito sul giornale scientifico online Aeon con il titolo “The six-second hug”) molto significativo che mi ha fatto riflettere sul fatto che alcune cose erano e sono diventate veramente come lui le descrive. La morale è "be more human, please". *** Per decenni i film della Metro-Goldwyn-Mayer (Mgm) si sono aperti con un leone ruggente accompagnato dal motto Ars gratia artis: l’arte per l’arte. Ma, essendo la Mgm un colosso dell’intrattenimento che macina milioni, la sincerità di questo nobile principio è sempre stata dubbia. Eppure, accanto al discutibile obiettivo del miglioramento morale, è senza dubbio uno dei pochi motivi legittimi per cui si dovrebbero fare dei film. Quando l’arte persegue altri scopi, come il profitto o la propaganda, smette di essere davvero arte, almeno nella sua forma più pura. È stato quindi sorprendente imbattersi in una recente pubblicità del National art pass, una tessera che offre ai titolari ingressi gratuiti o scontati a gallerie e musei in tutto il Regno Unito. Lo slogan “Vedi di più. Vivi di più” sembrava azzeccato: l’arte arricchisce davvero la vita. Ma si è poi capito che quel “di più” era puramente quantitativo, non qualitativo. “Allunga la tua vita con l’arte”, proclamava, e poi: “Trascorrere del tempo nelle gallerie e nei musei potrebbe aiutarti a vivere più a lungo”. Non arte per l’arte, dunque, ma arte per il cuore, quello di carne, non quello spirituale. Questo messaggio è ormai onnipresente: l’Arts council England promuove l’idea secondo cui “partecipare ad attività creative e culturali apporta benefici dimostrati alla salute di individui e comunità”. Il manifesto mi ha colpito, ma non sorpreso. Da molto tempo mi lamento, in privato, della strumentalizzazione di ogni cosa: nulla sembra più avere valore in sé, ma solo per ciò che può procurare. Mi sono accorto per la prima volta di questa tendenza nel 2010, quando ho avuto la sfortuna di recensire Progetto felicità della scrittrice Gretchen Rubin, il resoconto di un anno trascorso alla ricerca ossessiva della felicità. Un passaggio mi ha colpito così tanto che potrei quasi recitarlo a memoria. Una giornata con il marito comincia male ma, dopo delle scuse, Rubin annota: “Ci siamo abbracciati per almeno sei secondi, che, come sapevo dalle mie ricerche, è il tempo minimo necessario a favorire il flusso di ossitocina e serotonina, sostanze chimiche che migliorano l’umore e favoriscono il legame affettivo. Il momento di tensione è passato”. Sono rimasto con l’immagine inquietante di una donna che abbraccia il marito non tanto per amore o affetto, ma per rilasciare ormoni e ridurre lo stress. Quelle frasi svelavano come il suo progetto di felicità l’avesse portata a fare ogni cosa con l’obiettivo di migliorarsi l’umore. Alla fine del suo anno di esperimenti, in cui si è comportata come una vera macchina della felicità, Rubin riflette su ciò che è cambiato. “Forse vedevo quello che volevo vedere”, per poi aggiungere: “Forse, ma a chi importa?”. Negli anni trascorsi dall’abbracciarsi per sentirsi felici all’essere creativi per vivere più a lungo, ho visto innumerevoli esempi di cose buone nella vita promosse non per il loro valore intrinseco, ma per i benefici materiali che producono. Questa strumentalizzazione si è talmente diffusa che non ci accorgiamo nemmeno di quanto sia sbagliata. Eppure i suoi effetti sono profondi, perché ci spingono in continuazione a perdere di vista ciò che ha davvero valore nella vita. Prima di azzardare una diagnosi su ciò che è andato storto e su come rimediare, sento di dover difendere quella che potrebbe sembrare un’affermazione esagerata: tutto sta diventando strumentale. Lungi dall’essere una semplice iperbole, mi è difficile pensare a qualcosa di valido a cui qualcuno non abbia attribuito benefici pratici prima ancora di riconoscerne il valore intrinseco. Prendiamo l’esempio dell’andare in chiesa. La maggior parte dei fedeli considera il culto un atto devozionale, non un mezzo pratico per guadagnarsi il paradiso. Oggi, però, non è raro sentire anche persone cristiane, come Deborah Jenkins sulla rivista Premier Christianity, citare ricerche secondo cui “far parte di una comunità ecclesiale può allungare la vita, ridurre la depressione e favorire una buona salute mentale”. Un libro che sfogliavo di recente sostiene l’efficacia della preghiera per la salute fisica, citando uno studio che avrebbe “riscontrato benefici medici significativi sul sistema cardiovascolare, sul sangue e anche su muscoli e ossa, derivanti dalla preghiera quotidiana della salah musulmana”. Naturalmente nessuno, se messo alle strette, affermerebbe che siano le ragioni principali per praticare una religione. Eppure sono presentate come tali e appaiono più credibili e scientifiche dell’idea che un dio benevolo tenga davvero a come passi la domenica mattina. In maniera più profana, ci vengono perfino proposti motivi strumentali per l’orgasmo. Un titolo del Daily Telegraph del 2015 – “Un orgasmo al giorno potrebbe tenere lontano il cancro alla prostata, sostengono gli scienziati” – riassumeva una convinzione ormai diffusa: che una delle principali ragioni per cui un uomo dovrebbe fare sesso o masturbarsi non è il piacere, l’intimità o la liberazione della tensione sessuale, ma la tutela della salute. Potremmo provare a stilare una lista di cose che le persone apprezzano per se stesse, sperando di trovarne una che non sia stata elogiata per i benefici su salute, ricchezza o benessere. Sarebbe inutile. Il sito di Opera North elenca dieci benefici del canto, e solo uno, l’espressione personale, riguarda arte e creatività. Gli altri includono “ti fa sentire meglio”, “migliora la funzione polmonare”, “aiuta a combattere lo stress e a rilassarsi”, “contribuisce a migliorare la memoria”, “può aiutare nei momenti difficili” e “aumenta la fiducia in se stessi”. Ho visto innumerevoli esempi di cose buone nella vita promosse non per il loro valore intrinseco, ma per i benefici materiali che producono Chi invita a riconnettersi con la natura spesso lo fa appellandosi allo stesso edonismo autocentrato e utilitaristico che ha causato la perdita di contatto dell’umanità con il mondo naturale: il National trust sottolinea come “camminare nella natura possa favorire il benessere” e non sembra cogliere l’ironia del fatto che, se andiamo tra gli alberi per ciò che possono fare per noi, lo facciamo con la stessa mentalità sfruttatrice ed estrattiva di chi li abbatte. Perfino la filosofia, che dovrebbe essere la ricerca disinteressata della saggezza, non è sfuggita alla maledizione della strumentalizzazione. Oggi non basta più che le università dicano che i loro programmi consentono di affrontare alcune delle domande più profonde sull’esistenza. Adesso i quesiti sono decisamente concreti: in che modo la filosofia ti sarà utile per comprare una casa o mettere da parte una pensione? Viene proposta come un allenamento alle “competenze di pensiero trasferibili” e si capisce subito che queste competenze trovano la loro applicazione principale nel mondo del lavoro. La facoltà di filosofia dell’università di Cambridge ha perfino una pagina web dedicata alle cinque competenze utili delle sue materie: intellettuali, comunicative, organizzative, interpersonali e di ricerca. La strumentalizzazione è particolarmente dannosa quando si applica alle azioni che compiamo con e per gli altri. Immanuel Kant le considerava un “imperativo categorico”, una richiesta assoluta della morale, secondo cui bisogna “trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre comunque come fine, mai semplicemente come mezzo”. Le parole che usiamo per descrivere la strumentalizzazione degli altri mostrano quanto la consideriamo corruttiva: disumanizzazione, oggettificazione, sfruttamento. Per questo la strumentalizzazione delle relazioni sociali è immorale, oltre che controproducente. Se diamo priorità a ciò che le relazioni fanno per noi, trattiamo le persone coinvolte come semplici strumenti di tornaconto personale. E non ho cominciato a elencare le attività ormai sistematicamente strumentalizzate: il giardinaggio, lo sport, il campeggio, il nuoto, l’attivismo, il volontariato, fare il pane, i lavori manuali, tenere un diario, ridere, dire “grazie”. Non ci chiediamo quasi più cosa ci sia di buono in queste pratiche, ma quale bene possano fare per noi. E per “bene” intendiamo salute, ricchezza e successo mondano. Chi ama la natura, l’arte, la conoscenza e l’amicizia per il loro valore intrinseco può storcere il naso davanti ai loro benefici strumentali. Però che male c’è nel sottolinearli? In fondo, una persona che conduce una vita strumentalizzata e una che non lo fa potrebbero fare esattamente le stesse cose. Questa obiezione tuttavia manca il punto: una vita buona non dipende solo da cosa facciamo, ma da come lo facciamo. Due persone con gli stessi calendari culturali possono visitare le stesse mostre, vedere gli stessi film e ascoltare la stessa musica, ma se le loro motivazioni sono diverse, sono diversi anche i mondi che abitano. Per capirne il motivo bisogna tornare alla domanda fondamentale: perché qualcosa ha valore? Nell’Etica nicomachea Aristotele fu tra i primi, ma non certo tra gli ultimi, a osservare che alcune cose le facciamo come mezzi per un fine, altre sono fini in sé. Solo queste ultime hanno valore intrinseco, mentre quello dei mezzi è solo estrinseco. Se ci chiediamo dove risieda il valore ultimo della vita, è evidente che lo si trova tra le cose dotate di valore intrinseco. Questa intuizione è così semplice da sembrare ovvia. Eppure vale la pena di ripeterla nel corso dei secoli e in tutte le fasi della nostra vita, perché è fin troppo facile lasciarsi distrarre da beni puramente strumentali, perdendo di vista ciò che ha un valore reale. Il denaro è l’esempio più chiaro: è importante solo per ciò che permette di acquistare, può servire a ottenere molte delle cose che apprezziamo. Tuttavia è fin troppo umano cercare di accumularne sempre di più senza mai sentirsi soddisfatti, sottraendo tempo agli affetti e alle attività che ci piacciono. Inseguire beni estrinseci invece che intrinseci è un errore abbastanza diffuso. Ma la strumentalizzazione pervasiva va oltre. Non solo ci distoglie da ciò che è buono in sé, ma priva queste cose del loro valore intrinseco e le riduce a semplici mezzi per un fine. Peggio ancora, questi fini non hanno nemmeno valore in sé. Basta pensare a ciò che persegue la strumentalizzazione: salute, ricchezza e benessere psicologico. Tutti obiettivi così evidentemente desiderabili da rendere facile non accorgersi del fatto che nessuno di essi ha valore intrinseco. Partiamo dalla salute del corpo. Spesso ne parliamo come se fosse la cosa più importante in assoluto. Per questo la frase di Augusten Burroughs “quando c’è la salute, c’è tutto” è diventata un meme virale online. Ma in realtà non apprezziamo la salute in sé. La valorizziamo per due motivi: il primo è che la sua assenza porta dolore e sofferenza, mali da evitare; il secondo è che quando siamo in salute possiamo fare meglio le cose che danno senso alla nostra vita. Però una vita sana priva di amore, attività significative o esperienze sarebbe vuota. Molte persone con malattie croniche, infatti, scoprono con propria e altrui sorpresa che la salute non è la cosa più importante: nella malattia vedono più chiaramente cosa conta davvero e spesso preferiscono essere malate e amate che in buona salute e detestate. Una donna in sedia a rotelle ha raccontato a Elizabeth Lindsey, professoressa associata di scienze infermieristiche: “Posso vivere la vita fino in fondo anche se sono disabile perché, per come vivo io, la vita viene da dentro”. La salute fisica è importante solo come base per apprezzare ciò che conta davvero. Infatti Lindsey parla di “salute dentro la malattia”, sostenendo che la salute piena non coincide con l’assenza di malattia. Nemmeno la salute mentale è importante di per sé. La malattia mentale è intrinsecamente negativa, perché è sofferenza senza ricompensa. Ma essere in buona salute mentale, come essere in buona salute fisica, è solo una condizione che favorisce ciò che è più profondamente prezioso. Perfino una certa dose di sofferenza psichica non è in sé un male. È un bene, per esempio, sentirsi in lutto, perché dimostra che le nostre emozioni funzionano correttamente quando accadono cose brutte alle persone che ci stanno a cuore. Neppure la felicità, forse il beneficio più spesso rivendicato dalla strumentalizzazione, è un bene intrinseco. Non è un bene se qualcuno prova felicità nel vedere soffrire delle persone che odia. Non sarebbe un bene vivere in una nube chimica di beatitudine, appagati ma scollegati dal mondo reale. Non è un bene vivere felicemente nell’illusione di una relazione solida mentre il partner ti tradisce. La beata ignoranza può talvolta essere preferibile a una dolorosa consapevolezza, ma questo non la rende migliore. Dunque cos’è buono in sé, se non lo sono salute, ricchezza e benessere mentale? I filosofi hanno spesso commesso l’errore di cercare un unico summum bonum, il “bene supremo” dell’umanità. Per Aristotele era la contemplazione intellettuale; per i buddisti l’eliminazione della sofferenza; per Immanuel Kant la buona volontà; per gli utilitaristi la felicità. Ma non c’è motivo di ridurre ciò che ha valore intrinseco a un solo stato o a una sola attività. Aristotele si avvicinava di più al punto quando indicava nella fioritura umana il bene più alto, sbagliando solo nel momento in cui diventava troppo prescrittivo su ciò che essa richiede. Fioriamo quando le nostre vite sono fatte di un coinvolgimento con cose che hanno valore in sé e non come mezzi. La fioritura assume tante forme quante sono le persone. Friedrich Nietzsche pensava che una vita senza musica sarebbe un errore, ma non per chi la vive con indifferenza. L’idea che il valore ultimo della vita derivi da cose dotate di valore intrinseco è, in fondo, un’idea pluralista. I beni umani intrinseci sono tutte quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta senza bisogno di ulteriori giustificazioni. Chiedere “a cosa servono” significa fraintenderne il senso. Non possiamo dimostrare perché siano preziose, possiamo solo descriverle e sperare che altri ne riconoscano il valore. Si può dire, per esempio, che una giornata nel bosco merita di essere apprezzata anzitutto perché ci restituisce la meraviglia di essere vivi e ci apre allo stupore per il mondo naturale. Giocare o assistere a uno sport significa partecipare o assistere allo sforzo e alla gioia di far cooperare mente e corpo in modo più armonioso di quanto accada nella vita ordinaria. Imparare una lingua straniera apre l’accesso a un’altra cultura, rende possibile comunicare con chi la abita e avvicinarsi alla sua letteratura e ai suoi mezzi d’informazione. Tutto questo arricchisce la vita e ne amplia l’esperienza e il valore è proprio qui, anche se non aggiunge neanche un secondo alla durata dell’esistenza. Considerarli mezzi per rafforzare risorse mentali, emotive o fisiche in vista di un futuro che potrebbe anche non arrivare significa allontanare l’attenzione da ciò che conta qui e ora. La vita non è un allenamento per il futuro: è una partita già in corso e il tempo sta per scadere. La distinzione tra beni intrinseci ed estrinseci può essere concettualmente netta, ma nel mondo reale diventa subito meno chiara. Innanzitutto perché molte cose possono avere sia un valore intrinseco sia uno estrinseco, come accade per tutte quelle che secondo me sono state strumentalizzate a torto. La strumentalizzazione non crea valore estrinseco: si limita a elevarlo al di sopra di ciò che ha valore intrinseco. Né è sempre vero che il valore intrinseco prevale su quello estrinseco. Gli esseri umani hanno bisogni pratici e può essere più importante guadagnare denaro, tagliare legna o procurarsi da mangiare che leggere un romanzo o giocare con i nipoti. Molte cose devono essere fatte per fini strumentali e dedicarsi solo a ciò che vale intrinsecamente sarebbe un privilegio eccezionale, un lusso o entrambe le cose. Inoltre, non tutti i beni estrinseci hanno lo stesso peso. Alcuni sono più direttamente legati a ciò che ha un valore. Adulare il capo per ottenere favori, così da guadagnare denaro da spendere in ciò che conta davvero, ci allontana profondamente da ciò che dà senso alla vita. Studiare etica, invece, è in un certo senso un mezzo orientato al vivere bene, ma è un fine talmente prossimo da poter essere considerato quasi un bene in sé. È per questo che trovo in parte fuorviante il dibattito tra “arte per l’arte” e “arte come strumento didattico”. Alcune forme artistiche, in particolare la musica strumentale e la pittura astratta, possono e dovrebbero essere apprezzate solo per ciò che sono. Molta letteratura, cinema e teatro, però, sono in grado di offrire una comprensione più profonda dell’etica, della politica e del cuore umano. Questa comprensione contribuisce a farci vivere meglio e a rivolgere maggiore attenzione a ciò che conta davvero, nelle nostre vite e in quelle altrui. Un’arte di questo tipo può essere considerata un mezzo per l’educazione morale, ma nella buona arte mezzi e fini sono talmente intrecciati da rendere la distinzione artificiosa. Qualsiasi spiegazione della grandezza di Anton Čechov, per esempio, non potrebbe separare la sua maestria teatrale dall’umanità che mette in scena. Il limite di molta arte didattica non sta nell’avere qualcosa da insegnare, ma nel modo rozzo in cui lo fa: non è solo cattiva arte, ma anche cattiva pedagogia. Il rapporto tra valore intrinseco ed estrinseco è complesso e uno dei problemi della strumentalizzazione è che cerca di appiattirlo e semplificarlo. Ci spinge a individuare ciò che è più utile e poi a separarlo da ciò che ha un valore ultimo. Così facendo, spesso riduce o distrugge proprio i benefici che promette di massimizzare. Prendiamo la socialità. Ho sentito di recente parlare di uno studio secondo cui fare qualsiasi cosa, perfino leggere, ci giova di più se la facciamo insieme ad altri piuttosto che da soli. Questo messaggio è ormai largamente diffuso e assimilato, tanto che sappiamo bene quanto la convivialità sia importante per la salute mentale e fisica. Eppure uno degli aspetti più preziosi dell’amicizia e della vita comunitaria è proprio la loro capacità di spostarci al di fuori di noi stessi e renderci più sensibili ai bisogni altrui. Per trarre davvero beneficio dalle relazioni, dobbiamo viverle con lo spirito giusto: scegliendo di stare con gli altri perché ci stanno a cuore e noi stiamo a cuore a loro, perché li troviamo interessanti, perché ci piace condividere un’esperienza o un impegno comune. Se invece cerchiamo la socialità solo in funzione del nostro benessere personale, è probabile che i suoi benefici vengano meno. La strumentalizzazione crea un’illusione di efficienza, perché spinge a perseguire direttamente cose pratiche che tutti desideriamo. Ma spesso si rivela controproducente. Nella maggior parte dei casi i benefici di un’attività non si ottengono se la motivazione principale è ottenerli. Quella che sembra una scorciatoia si rivela un cortocircuito che impedisce di ottenere quanto prometteva. Ma se la strumentalizzazione è un errore tanto profondo, perché l’abbiamo adottata? La sua origine risiede in alcune caratteristiche della modernità occidentale. L’illuminismo ha portato a compimento l’idea dell’individuo sovrano e autonomo, un concetto che affondava le sue radici nel pensiero classico e cristiano. Nel corso dei secoli questa visione si è consolidata come senso comune: ogni persona dovrebbe governare il proprio destino e scrivere la propria storia di vita. Autoespressione e autodeterminazione sono considerate fondamentali per costruire un sé autentico. I pensatori dell’illuminismo avevano ragione a sostenere una maggiore libertà individuale in un’epoca in cui il potere era concentrato nelle mani di pochi e la maggioranza era sottomessa. Tuttavia, gli esseri umani sono anche animali sociali. La modernità ha perso di vista questo fatto, concentrandosi tutta sulla libertà personale e trascurando la nostra interdipendenza. Ne è derivata un’esagerazione dell’importanza dell’autonomia, che ha spinto troppo oltre la valorizzazione dell’individualità. Il risultato è l’atomizzazione: un mondo in cui la nostra separazione dagli altri è diventata eccessiva. Questo mondo atomizzato presenta diverse caratteristiche che favoriscono la strumentalizzazione. La prima è l’illusione del controllo. Incoraggiati a sentirci autonomi, perdiamo di vista il fatto che ci sono molte cose su cui non abbiamo alcun potere. Il mondo offre opportunità e mette bastoni tra le ruote in modo casuale e non abbiamo il pieno controllo nemmeno di noi stessi. Non abbiamo avuto voce in capitolo neanche sulla nostra struttura di base: disposizione, personalità, doni e limiti. Non abbiamo accesso diretto alle sorgenti nascoste del pensiero e della volontà e non possiamo semplicemente scegliere ciò che ci piace o ciò in cui crediamo. Eppure, cresciuti pensando di essere liberi e autonomi, crediamo di poter piegare il mondo ai nostri desideri. Felicità, salute e successo sembrano alla nostra portata, basta fare le scelte giuste. Così il mondo si trasforma in una serie di leve da azionare e pulsanti da premere, al servizio della nostra volontà. In breve, tutto diventa un mezzo per raggiungere i fini che scegliamo, perché così interpretiamo l’autodeterminazione. Nell’era del tardo capitalismo, la nostra autonomia si manifesta soprattutto attraverso lo status di consumatori. La libertà si riduce per lo più alla possibilità di decidere come spendere il denaro, con la promessa che tutto ciò di cui abbiamo bisogno possa essere comprato. Però questa mentalità ha influenzato il nostro rapporto con tutto. Il risultato è che il mondo appare ormai essenzialmente transazionale: tutto è strumentale per ottenere qualcos’altro. Non sorprende che le app d’incontri ci diano l’impressione di fare shopping di partner, visto che le relazioni sono vissute secondo la logica del consumo. Anche la politica è diventata un gioco di scambi: elettori e politici sembrano credere che il vincitore prenda tutto, come il miglior offerente in un’asta. La democrazia dovrebbe servire a gestire richieste contrastanti, non a dare ai vincitori tutto ciò che vogliono. Votare dovrebbe significare far sentire la propria voce, non imporre la propria volontà. Ma nella nuova mentalità consumistica, i voti comprano potere e non trasferiscono più responsabilità. Un’altra radice culturale della strumentalizzazione è il riduzionismo, che si è insinuato silenziosamente nella nostra cultura a partire dalle scienze naturali. Il riduzionismo sostiene che per capire come funzionano le cose sia necessario scomporle nei loro elementi costitutivi. Per secoli questa idea ha servito bene le scienze naturali. Tuttavia, il suo limite emerge chiaramente nelle scienze sociali: l’economia, la società e la psicologia non si spiegano attraverso processi puramente meccanicistici. Abbiamo imparato che anche nelle scienze naturali analizzare le parti serve solo fino a un certo punto e che è altrettanto importante, talvolta più importante, osservare come funzionano i sistemi nella loro interezza. Molta strumentalizzazione nasce da un riduzionismo grossolano, che ignora i sistemi e si concentra sui singoli elementi. La ricchezza di un’esperienza, come stare all’aria aperta, è ridotta a un mezzo per stimolare la circolazione sanguigna o rilasciare ormoni. L’arte, capace di suscitare una molteplicità di emozioni spesso contrastanti, è apprezzata solo per la sua capacità di evocare alcune emozioni positive. I legami sociali, che portano con sé dolore e gioia, sono ridotti a semplici fonti di sostegno emotivo. Se combiniamo una fiducia eccessiva nell’autonomia personale, una mentalità consumistica e transazionale e un atteggiamento riduzionista sul funzionamento delle cose, è inevitabile che finiamo per considerare il mondo come un insieme di risorse da sfruttare per il nostro benessere. La tragedia è che così trascuriamo i nostri bisogni più profondi. Che aspetto avrebbe la nostra cultura se smettessimo di strumentalizzare tutto? Continueremmo certo a compiere molte azioni come mezzi per raggiungere un fine e saremmo pronti a riconoscere che molte cose buone della vita comportano anche benefici pratici. Ma li vedremmo come effetti collaterali, non come il loro scopo principale. Un mondo liberato dalla strumentalizzazione sarebbe un mondo in cui presteremmo maggiore attenzione a ciò che ha valore qui e ora. Prendiamo l’amicizia. I benefici personali che otteniamo dagli altri sono reali, ma non dovrebbero essere il motivo per cui stiamo con loro. Le relazioni sono importanti perché valorizzano le persone che ne fanno parte, non perché passare del tempo insieme stimola la produzione di endorfine nel nostro cervello. Più di due secoli fa il filosofo David Hume correggeva questo errore scrivendo: “Provo piacere nel fare del bene a un amico, perché lo amo; però non lo amo per il piacere che ne ricavo”. Rifiutare la strumentalizzazione significa capire che sentirsi bene è spesso una conseguenza del vivere bene, non ciò in cui consiste il vivere bene. Apprezzare le cose per quello che sono, e non per ciò che potrebbero darci in cambio, è liberatorio. Ci libera dalla pressione interna di dover sempre controllare che ogni nostra azione serva a qualche altro scopo, di dover giustificare le nostre giornate in base a crediti futuri. Vivere pienamente significa godere di ciò che la vita offre, senza cercare di trarne benefici monetizzabili o misurabili. Ci permette di riconoscere che la buona vita è qualcosa che possiamo vivere ogni giorno, nei gesti piccoli come in quelli grandi. E soprattutto c’insegna che le persone e le cose che amiamo bastano a se stesse e non hanno bisogno di servire ad altro per meritare tempo e attenzione. Comprendere che la vita è un fine in sé è la chiave per raggiungerne la pienezza. *** ⚓ Naviga con me tra parole e idee: iscriviti a flint Se questa newsletter ti è piaciuta, sentiti libero/a di inoltrarla: più siamo a bordo, meglio navighiamo. 🌊 Se ti sei perso o vuoi recuperare tutte i numeri di flint usa questo link! "Non esiste miglior barca di un libro per esplorare terre lontane." Emily Dickinson
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