"Le persone intelligenti possono credere cose assurde, perché sono brave a difendere opinioni a cui sono arrivate per motivi stupidi." Michael Shermer SommarioScusate per il ritardo di questo mese...cercherò di essere più puntuale! Informazione di servizio: tutte le newsletter sono disponibili a questo link (qualora vi siate persi le precedenti o vogliate in futuro leggerle nuovamente se non le trovate nella casella di posta).
Cogito, ergo sum - Non credere nella scienzaPochi errori sono più clamorosi che prevedere la fine del mondo con grande convinzione e poi dover spiegare, una volta che l’apocalisse non è avvenuta, che il problema era la "mala" interpretazione. Eppure la storia delle mancate “fini del mondo” ci insegna una cosa molto semplice: gli esseri umani non sono macchine per la verità, ma dispositivi straordinariamente efficienti nel proteggere le proprie credenze. Se i fatti si ostinano a contraddirci, tanto peggio per i fatti. Numerosi esperimenti lo hanno mostrato con una chiarezza quasi offensiva. Quando ci troviamo davanti a un’informazione che conferma ciò che pensiamo già, tendiamo a trovarla brillante, convincente, quasi illuminante. Quando invece dice il contrario, diventiamo improvvisamente esperti di difetti metodologici, bias, limiti del campione e possibili complotti statistici. Il ragionamento, più che servirci a cercare la verità, spesso entra in scena come un avvocato difensore: non per capire, ma per salvare la faccia. È il trionfo dell’argomentazione postuma, quella in cui prima si decide cosa credere e poi si cercano le scuse eleganti per continuare a prendersi in giro. Il punto è che molte delle nostre opinioni non riguardano soltanto i fatti, ma la nostra identità. Siamo animali sociali prima ancora che razionali (scimmie col cappello o virus con le scarpe, a seconda di come vogliamo vederci). Le idee che difendiamo ci collocano in un gruppo, ci fanno sentire parte di una tribù, ci garantiscono appartenenza e riconoscimento. Per questo cambiare idea non è sempre percepito come un gesto intellettualmente nobile anzi a volte viene vissuto come una piccola apostasia. A volte anche come incoerenza o voltagabbanismo, quando invece spesso cambiare idea una volta appresi e compresi i fatti è il comportamento più razionale e intellettualmente onesto. Da qui nasce anche la forza delle pseudoscienze e delle teorie del complotto. Non vincono perché abbiano migliori dati, ma perché parlano meglio al nostro bisogno di sentirci capiti, protetti, confermati. Una comunità che si fida poco delle istituzioni, dei medici o della scienza non cerca soltanto informazioni alternative: cerca spesso un racconto che la rassicuri e che rispetti il suo mondo emotivo. Per questo il semplice bombardamento di fatti, numeri e studi non basta quasi mai. Dare ragione ai dati, da solo, è facile mentre farli entrare in una testa che ha già costruito il proprio fortino è un lavoro molto più complicato. Oserei dire quasi impossibile. A rendere il quadro ancora più divertente c’è il fatto che, nel frattempo, ci sentiamo tutti molto più competenti di quanto realmente siamo. Qui entrano in scena gli effetti ben noti dell’eccesso di fiducia: gli inesperti tendono a sopravvalutarsi, i più capaci spesso sottovalutano loro stessi, e nel mezzo prospera una popolazione sterminata di opinionisti istantanei. Basta una rapida ricerca online per sentirsi improvvisamente quasi esperti: un miracolo moderno, quello per cui qualche clic trasforma l’ignoranza in sicurezza e la sicurezza in opinione pubblica. Le AI in questo non aiutano, anzi potenzialmente potrebbero diventare un incubatore di nuove sottoculture, dogmi e credi ad oggi inimmaginabili. Se abbiamo dato per vero e venerato ciò che è stato scritto e riscritto migliaia di anni fa, perché non dovremmo credere ad una super macchina algoritmica basata su calcoli probabilistici e differenziali? Alla fine stiamo delegittimando l'umano a favore della macchina, quindi la prova non saranno più i fatti bensì il testo generato da un modello linguistico. Io non so come stiano le cose ma "l' AI ha detto così". In fondo crediamo a quello che leggiamo, né più né meno. Basta chiedere alla super-macchina che risponde ad ogni domanda e no la risposta non sarà per forza 42 (consiglio implicito di lettura Guida Galattica per autostoppisti di Douglas Adams). Il risultato è una situazione quasi comica: da un lato difendiamo con tenacia idee che ci fanno sentire parte di un gruppo mentre dall’altro siamo convinti di sapere abbastanza per parlare di qualunque cosa. Così il dibattito pubblico si riempie di persone certe di avere ragione e poco inclini a dubitarne, mentre gli esperti veri, che di dubbi ne hanno eccome, sembrano paradossalmente meno sicuri. È una di quelle beffe tipicamente umane in cui l’affidabilità viene scambiata per sicurezza, e la sicurezza per competenza. Forse la lezione più utile è che non basta avere accesso ai fatti: bisogna anche creare le condizioni perché quei fatti possano essere accolti senza sentirsi minacciati. La verità, da sola, non sempre basta. Servono fiducia, contesto, linguaggio, e perfino un po’ di umiltà. Perché possiamo anche ignorare la realtà, ma non possiamo ignorare le conseguenze dell’averla ignorata. Per concludere, a mio parere, l'indagine di tipo scientifico è l'unica seria proprio da un punto di vista concettuale e metodologico che per quanto non sia priva di difetti cerca di sfuggire a questi meccanismi da (scusate) cazzari umani e che infine come diceva in modo molto sintetico il mitico fisico Richard Feynman "la scienza è l’arte di non prendersi in giro da soli". Art - Hong Kong basketball courts di Austin Bell
Se mi conoscete bene sapete perfettamente del mio amore per il basket. Questo fotografo, Austin Bell, ha passato 140 giorni fotografando tutti i 2549 campetti da basket all'aperto di Hong Kong. Le foto sono stupende e molto colorate (ci ha fatto una mostra e un photobook). Che dire, se avete voglia di vedere dove si gioca nei playground di Hong Kong fatevi un giro sul suo sito. Non ve ne pentirete! Il consiglio - Il quieto dolore dell'amicizia da adulti di Pranav JainQuesto articolo¹ sull'amicizia in età adulta del giornalista Pranav Jain l'ho trovato illuminante per la sua semplicità e crudeltà. C’è una verità abbastanza scomoda che spesso impariamo solo dopo averla vissuta: da adulti, le amicizie non finiscono quasi mai con un evento preciso. Non c’è sempre un litigio, non c’è necessariamente una delusione, non c’è una chiusura netta. Più spesso, succede qualcosa di molto più difficile da nominare: le persone si allontanano lentamente, le giornate si riempiono, le conversazioni si diradano, e quello che un tempo era un legame quotidiano diventa una presenza intermittente, quasi un’eco. È proprio questa gradualità a rendere il fenomeno così doloroso. Quando una relazione si rompe in modo evidente, il dolore ha almeno un contorno chiaro. Quando invece un’amicizia si consuma in silenzio, il vuoto che lascia è più difficile da riconoscere. Non c’è una scena finale, non c’è un momento in cui dire: “Ecco, è finita”. C’è piuttosto una serie di piccoli rinvii, messaggi lasciati in sospeso, telefonate mai fatte, appuntamenti rimandati fino a diventare improbabili. L’articolo coglie bene il punto quando fa notare che la sofferenza legata alle amicizie non viene quasi mai nominata con la stessa serietà riservata ad altri tipi di perdita. È come se esistesse una gerarchia implicita del dolore, in cui alcune assenze sono considerate legittime e altre no. Eppure, perdere l’accesso a qualcuno che ci conosceva profondamente non è un dettaglio emotivo. È una forma di lutto, anche se non assomiglia al lutto tradizionale. Da giovani, l’amicizia ha un’architettura più semplice. Il tempo comune è abbondante, le vite si sovrappongono, la vicinanza fisica fa il resto. Si costruisce un mondo condiviso quasi senza accorgersene. Poi arriva l’età adulta e quel mondo si frammenta: cambiano città, lavori, priorità, ritmi di sonno, livelli di energia. Tutto ciò che una volta sembrava spontaneo diventa un esercizio di volontà. E così, come osserva l'articolo, persino le relazioni più autentiche iniziano a dipendere da qualcosa di fragile: la capacità di continuare a fare spazio all’altro dentro giornate già sature. La parte più lucida del ragionamento sta forse qui: l’amicizia adulta non si perde perché sia meno importante, ma perché richiede una manutenzione continua che spesso non siamo più in grado di garantire. Non basta voler bene a qualcuno. Bisogna ricordarsi di chiamarlo, di rispondere, di essere presenti senza aspettare che sia sempre l’altro a fare il primo passo. E in questo senso le amicizie diventano quasi una misura della nostra disponibilità emotiva reale, non solo dichiarata. C’è anche un passaggio molto vero nel modo in cui il testo descrive il linguaggio con cui oggi parliamo delle relazioni: termini come “spazio mentale”, “energia”, “disponibilità”, “gestione” sembrano appartenere più all’organizzazione del lavoro che all’affetto. È un fatto significativo. Più diventiamo efficienti nel misurare il tempo, più facciamo fatica a proteggerlo per ciò che non produce risultati visibili. E l’amicizia, a differenza di tante attività della vita adulta, non produce quasi mai un ritorno immediato. Chiede presenza, ascolto, lentezza, e soprattutto una certa dose di gratuità. Forse è per questo che ci sentiamo spesso in colpa quando capiamo di avere lasciato indebolire un rapporto importante. Non perché abbiamo fatto qualcosa di terribile, ma perché riconosciamo di aver partecipato, anche passivamente, a una forma di abbandono reciproco. È un sentimento sottile, difficile da ammettere: non abbiamo tradito nessuno, eppure qualcuno ci manca. Non abbiamo scelto di allontanarci, eppure siamo diventati estranei. Non abbiamo smesso di volere bene, eppure non siamo più parte della stessa quotidianità. Jain suggerisce, in fondo, una cosa molto semplice e molto difficile: alcune amicizie sopravvivono solo se qualcuno decide di fare il gesto concreto di mantenerle vive. Una chiamata. Un incontro. Un messaggio che non serva solo a “tenere il contatto”, ma a riaprire davvero uno spazio comune. È un invito quasi controcorrente in un tempo che ci spinge a restare connessi in modo superficiale, senza esporci troppo, senza chiedere troppo, senza disturbare. Eppure proprio lì, in quella disponibilità a disturbare un po’ la nostra agenda, si gioca qualcosa di prezioso. Perché un’amicizia adulta non è solo compagnia. È memoria condivisa, continuità, testimone della persona che siamo stati e di quella che stiamo diventando. Quando un’amicizia si allontana, non perdiamo soltanto un interlocutore: perdiamo una parte del nostro archivio emotivo. Qualcuno che sapeva leggere i nostri cambiamenti senza bisogno di spiegazioni troppo lunghe. ⚓ Naviga con me tra parole e idee: iscriviti a flint Se questa newsletter ti è piaciuta, sentiti libero/a di inoltrarla: più siamo a bordo, meglio navighiamo. 🌊 Se ti sei perso o vuoi recuperare tutte i numeri di flint usa questo link! "Non esiste miglior barca di un libro per esplorare terre lontane." Emily Dickinson
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"Le persone intelligenti possono credere cose assurde, perché sono brave a difendere opinioni a cui sono arrivate per motivi stupidi." Michael Shermer SommarioScusate per il ritardo di questo mese...cercherò di essere più puntuale! Informazione di servizio: tutte le newsletter sono disponibili a questo link (qualora vi siate persi le precedenti o vogliate in futuro leggerle nuovamente se non le trovate nella casella di posta).
Cogito, ergo sum - Non credere nella scienzaPochi errori sono più clamorosi che prevedere la fine del mondo con grande convinzione e poi dover spiegare, una volta che l’apocalisse non è avvenuta, che il problema era la "mala" interpretazione. Eppure la storia delle mancate “fini del mondo” ci insegna una cosa molto semplice: gli esseri umani non sono macchine per la verità, ma dispositivi straordinariamente efficienti nel proteggere le proprie credenze. Se i fatti si ostinano a contraddirci, tanto peggio per i fatti. Numerosi esperimenti lo hanno mostrato con una chiarezza quasi offensiva. Quando ci troviamo davanti a un’informazione che conferma ciò che pensiamo già, tendiamo a trovarla brillante, convincente, quasi illuminante. Quando invece dice il contrario, diventiamo improvvisamente esperti di difetti metodologici, bias, limiti del campione e possibili complotti statistici. Il ragionamento, più che servirci a cercare la verità, spesso entra in scena come un avvocato difensore: non per capire, ma per salvare la faccia. È il trionfo dell’argomentazione postuma, quella in cui prima si decide cosa credere e poi si cercano le scuse eleganti per continuare a prendersi in giro. Il punto è che molte delle nostre opinioni non riguardano soltanto i fatti, ma la nostra identità. Siamo animali sociali prima ancora che razionali (scimmie col cappello o virus con le scarpe, a seconda di come vogliamo vederci). Le idee che difendiamo ci collocano in un gruppo, ci fanno sentire parte di una tribù, ci garantiscono appartenenza e riconoscimento. Per questo cambiare idea non è sempre percepito come un gesto intellettualmente nobile anzi a volte viene vissuto come una piccola apostasia. A volte anche come incoerenza o voltagabbanismo, quando invece spesso cambiare idea una volta appresi e compresi i fatti è il comportamento più razionale e intellettualmente onesto. Da qui nasce anche la forza delle pseudoscienze e delle teorie del complotto. Non vincono perché abbiano migliori dati, ma perché parlano meglio al nostro bisogno di sentirci capiti, protetti, confermati. Una comunità che si fida poco delle istituzioni, dei medici o della scienza non cerca soltanto informazioni alternative: cerca spesso un racconto che la rassicuri e che rispetti il suo mondo emotivo. Per questo il semplice bombardamento di fatti, numeri e studi non basta quasi mai. Dare ragione ai dati, da solo, è facile mentre farli entrare in una testa che ha già costruito il proprio fortino è un lavoro molto più complicato. Oserei dire quasi impossibile. A rendere il quadro ancora più divertente c’è il fatto che, nel frattempo, ci sentiamo tutti molto più competenti di quanto realmente siamo. Qui entrano in scena gli effetti ben noti dell’eccesso di fiducia: gli inesperti tendono a sopravvalutarsi, i più capaci spesso sottovalutano loro stessi, e nel mezzo prospera una popolazione sterminata di opinionisti istantanei. Basta una rapida ricerca online per sentirsi improvvisamente quasi esperti: un miracolo moderno, quello per cui qualche clic trasforma l’ignoranza in sicurezza e la sicurezza in opinione pubblica. Le AI in questo non aiutano, anzi potenzialmente potrebbero diventare un incubatore di nuove sottoculture, dogmi e credi ad oggi inimmaginabili. Se abbiamo dato per vero e venerato ciò che è stato scritto e riscritto migliaia di anni fa, perché non dovremmo credere ad una super macchina algoritmica basata su calcoli probabilistici e differenziali? Alla fine stiamo delegittimando l'umano a favore della macchina, quindi la prova non saranno più i fatti bensì il testo generato da un modello linguistico. Io non so come stiano le cose ma "l' AI ha detto così". In fondo crediamo a quello che leggiamo, né più né meno. Basta chiedere alla super-macchina che risponde ad ogni domanda e no la risposta non sarà per forza 42 (consiglio implicito di lettura Guida Galattica per autostoppisti di Douglas Adams). Il risultato è una situazione quasi comica: da un lato difendiamo con tenacia idee che ci fanno sentire parte di un gruppo mentre dall’altro siamo convinti di sapere abbastanza per parlare di qualunque cosa. Così il dibattito pubblico si riempie di persone certe di avere ragione e poco inclini a dubitarne, mentre gli esperti veri, che di dubbi ne hanno eccome, sembrano paradossalmente meno sicuri. È una di quelle beffe tipicamente umane in cui l’affidabilità viene scambiata per sicurezza, e la sicurezza per competenza. Forse la lezione più utile è che non basta avere accesso ai fatti: bisogna anche creare le condizioni perché quei fatti possano essere accolti senza sentirsi minacciati. La verità, da sola, non sempre basta. Servono fiducia, contesto, linguaggio, e perfino un po’ di umiltà. Perché possiamo anche ignorare la realtà, ma non possiamo ignorare le conseguenze dell’averla ignorata. Per concludere, a mio parere, l'indagine di tipo scientifico è l'unica seria proprio da un punto di vista concettuale e metodologico che per quanto non sia priva di difetti cerca di sfuggire a questi meccanismi da (scusate) cazzari umani e che infine come diceva in modo molto sintetico il mitico fisico Richard Feynman "la scienza è l’arte di non prendersi in giro da soli". Art - Hong Kong basketball courts di Austin Bell
Se mi conoscete bene sapete perfettamente del mio amore per il basket. Questo fotografo, Austin Bell, ha passato 140 giorni fotografando tutti i 2549 campetti da basket all'aperto di Hong Kong. Le foto sono stupende e molto colorate (ci ha fatto una mostra e un photobook). Che dire, se avete voglia di vedere dove si gioca nei playground di Hong Kong fatevi un giro sul suo sito. Non ve ne pentirete! Il consiglio - Il quieto dolore dell'amicizia da adulti di Pranav JainQuesto articolo¹ sull'amicizia in età adulta del giornalista Pranav Jain l'ho trovato illuminante per la sua semplicità e crudeltà. C’è una verità abbastanza scomoda che spesso impariamo solo dopo averla vissuta: da adulti, le amicizie non finiscono quasi mai con un evento preciso. Non c’è sempre un litigio, non c’è necessariamente una delusione, non c’è una chiusura netta. Più spesso, succede qualcosa di molto più difficile da nominare: le persone si allontanano lentamente, le giornate si riempiono, le conversazioni si diradano, e quello che un tempo era un legame quotidiano diventa una presenza intermittente, quasi un’eco. È proprio questa gradualità a rendere il fenomeno così doloroso. Quando una relazione si rompe in modo evidente, il dolore ha almeno un contorno chiaro. Quando invece un’amicizia si consuma in silenzio, il vuoto che lascia è più difficile da riconoscere. Non c’è una scena finale, non c’è un momento in cui dire: “Ecco, è finita”. C’è piuttosto una serie di piccoli rinvii, messaggi lasciati in sospeso, telefonate mai fatte, appuntamenti rimandati fino a diventare improbabili. L’articolo coglie bene il punto quando fa notare che la sofferenza legata alle amicizie non viene quasi mai nominata con la stessa serietà riservata ad altri tipi di perdita. È come se esistesse una gerarchia implicita del dolore, in cui alcune assenze sono considerate legittime e altre no. Eppure, perdere l’accesso a qualcuno che ci conosceva profondamente non è un dettaglio emotivo. È una forma di lutto, anche se non assomiglia al lutto tradizionale. Da giovani, l’amicizia ha un’architettura più semplice. Il tempo comune è abbondante, le vite si sovrappongono, la vicinanza fisica fa il resto. Si costruisce un mondo condiviso quasi senza accorgersene. Poi arriva l’età adulta e quel mondo si frammenta: cambiano città, lavori, priorità, ritmi di sonno, livelli di energia. Tutto ciò che una volta sembrava spontaneo diventa un esercizio di volontà. E così, come osserva l'articolo, persino le relazioni più autentiche iniziano a dipendere da qualcosa di fragile: la capacità di continuare a fare spazio all’altro dentro giornate già sature. La parte più lucida del ragionamento sta forse qui: l’amicizia adulta non si perde perché sia meno importante, ma perché richiede una manutenzione continua che spesso non siamo più in grado di garantire. Non basta voler bene a qualcuno. Bisogna ricordarsi di chiamarlo, di rispondere, di essere presenti senza aspettare che sia sempre l’altro a fare il primo passo. E in questo senso le amicizie diventano quasi una misura della nostra disponibilità emotiva reale, non solo dichiarata. C’è anche un passaggio molto vero nel modo in cui il testo descrive il linguaggio con cui oggi parliamo delle relazioni: termini come “spazio mentale”, “energia”, “disponibilità”, “gestione” sembrano appartenere più all’organizzazione del lavoro che all’affetto. È un fatto significativo. Più diventiamo efficienti nel misurare il tempo, più facciamo fatica a proteggerlo per ciò che non produce risultati visibili. E l’amicizia, a differenza di tante attività della vita adulta, non produce quasi mai un ritorno immediato. Chiede presenza, ascolto, lentezza, e soprattutto una certa dose di gratuità. Forse è per questo che ci sentiamo spesso in colpa quando capiamo di avere lasciato indebolire un rapporto importante. Non perché abbiamo fatto qualcosa di terribile, ma perché riconosciamo di aver partecipato, anche passivamente, a una forma di abbandono reciproco. È un sentimento sottile, difficile da ammettere: non abbiamo tradito nessuno, eppure qualcuno ci manca. Non abbiamo scelto di allontanarci, eppure siamo diventati estranei. Non abbiamo smesso di volere bene, eppure non siamo più parte della stessa quotidianità. Jain suggerisce, in fondo, una cosa molto semplice e molto difficile: alcune amicizie sopravvivono solo se qualcuno decide di fare il gesto concreto di mantenerle vive. Una chiamata. Un incontro. Un messaggio che non serva solo a “tenere il contatto”, ma a riaprire davvero uno spazio comune. È un invito quasi controcorrente in un tempo che ci spinge a restare connessi in modo superficiale, senza esporci troppo, senza chiedere troppo, senza disturbare. Eppure proprio lì, in quella disponibilità a disturbare un po’ la nostra agenda, si gioca qualcosa di prezioso. Perché un’amicizia adulta non è solo compagnia. È memoria condivisa, continuità, testimone della persona che siamo stati e di quella che stiamo diventando. Quando un’amicizia si allontana, non perdiamo soltanto un interlocutore: perdiamo una parte del nostro archivio emotivo. Qualcuno che sapeva leggere i nostri cambiamenti senza bisogno di spiegazioni troppo lunghe. ⚓ Naviga con me tra parole e idee: iscriviti a flint Se questa newsletter ti è piaciuta, sentiti libero/a di inoltrarla: più siamo a bordo, meglio navighiamo. 🌊 Se ti sei perso o vuoi recuperare tutte i numeri di flint usa questo link! "Non esiste miglior barca di un libro per esplorare terre lontane." Emily Dickinson
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