Narrativa - Dante Arfelli, "I superflui" (1949/2021, Readerforblind) - "I supeflui non sono nè furbi, nè forti, ma bisogna volergli bene; io stesso sono un supefluo" raccontava Dante Arfelli, debilitato, in una delle sue ultime interviste. La concezione di "uomo superfluo" - coniata a partire da "Diario di un uomo superfluo" di Ivan Turgenev (1850) - ha caratterizzato la letteratura russa del XIX secolo, intenta a raccontare uomini agiati, incapaci di adattarsi alla vita, colmi di vizi e senza particolari virtù, che si rifugiano ai margini della società. Nel suo libro, Arfelli, affronta la concezione di superfluo da una prospettiva differente: Luca è un giovane provinciale che, nell'Italia straziata dell'immediato secondo dopoguerra, parte per Roma in cerca di fortuna. Ha in tasca due lettere di raccomandazione: una scritta dal parroco del paese, l'altra dal segretario del partito socialista. Capisce ben presto di essere stretto nella morsa delle false promesse e dell'illusione perpetua mentre ogni persona che incontra nel cammino ha la sua stessa etichetta da disgraziato. Luca, Lidia, Luigi e Antonio ciondolano spersi e intrappolati in un'esisitenza che pagina dopo pagina scappa loro dalle dita. Un romanzo realista e quanto mai attuale, vincitore del premio Venezia - antenanto del Campiello - nel 1949, accolto con successo in patria ma soprattutto oltreoceano, dove vendette quasi un milione di copie pubblicato da Scribner, lo stesso editore di Hemingway. La fama di Arfelli è però effimera, viene dimenticato e muore in povertà. A 100 anni dalla sua nascita, nel 2021, Readerforblind ripubblica i due romanzi più importanti con l'obiettivo di restituire lustro al Camus italiano, come sostiene la rivista letteraria "Pangea"
«[…] “Di fame nessuno muore”, dicevano al paese di Luca. Di fame certo non era mai morto nessuno: Luca non aveva mai saputo che uno fosse cascato per terra morto di fame. Anche il più disperato, il più misero, di fame non moriva, no, ma moriva di altro accidente, di un’altra malattia. Ed invece era stata la fame a roderlo, piano, un po’ alla volta, senza farsi vedere, ma ogni giorno sgocciolando un po’ di morte dentro il corpo, finché un girono da un soffio qualsiasi quel corpo era stato disfatto.»
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Poesia - Elisa Ruotolo, Corpo di pane (2019, Nottetempo) - Un libricino che per me equivale a una folgorazione amorosa e che rappresenta tutto ciò che cerco nella poesia contemporanea. Ruotolo, fin dai primi versi, riesce a creare un ponte fra sè e il lettore, trasportandolo in una spirale di lucida sofferenza che si dipana nelle parole scelte, in un ritmo catatonico, eppure mai gentile, che seziona il verso e lo rende candido di fronte allo spasmo quotidiano. L'intenzione primaria è quella di smontare, pagina dopo pagina, ogni futile resistenza corporale, squarciare il velo e sostare in un perpetuo nulla. La sofferenza si fa carne in una serie di flash metaforici, vividi quasi come se l'autrice avesse una macchina da presa a posto della penna. C'è il dolore ancestrale che percorre il corpo di Elisa Ruotolo ed esplode nella prima sezione del libro - "posologia del dolore" - prima di toccare con mano le macerie e la candida disillusione nella seconda sezione - "posologia dell'amore". Da avere, leggere e rileggere
Ponderabilitá
Sono la metà non esatta di un quintale
eppure il mio peso al mondo non è ideale.
Ho una scarsa gravità appena alzata.
Dimentico sempre tra le lenzuola il mio carico
- un mucchietto di ossa fiacche che faticano tanto
a tenere la destra e la rotta e la vita.
Recupero sul tardi, quando infilo i piedi nelle scarpe
allora ho la consistenza carnale di un bambino
per come mi muovo nelle strade
per come le attraverso
o sfido - sottilmente - la falce.
Dopo pranzo guadagno in statura e sono già adolescente
senza fiducia per il pomeriggio che viene
a farmi adulta e greve.
Fa male questo crescere quotidiano
fino alle sette di sera, quando comincia lo sfrido
del morire e io prego non perché ci tenga
a un giorno come questo o al successivo.
É che - se proprio devo - vorrei finire bambina
mentre salto senza pesi nel gioco della campana
mentre intorno tutto cresce e muore
ma io desidero solo arrivare in fondo allo svago
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Alla prossima settimana!